di Monia Caramma*
Molti giornali, blog e content creator hanno parlato di grani antichi nelle ultime due settimane, sostenendo la tesi che i grani antichi sono “fuffa”. Tutto nasce da un articolo pubblicato qualche mese fa da BBC Future per rispondere a una domanda semplice: i grani antichi fanno davvero bene quanto si dice? La conclusione, affidata alla nutrizionista americana Julie Miller Jones, è che al di là dell’intolleranza al glutine la distinzione tra antico e moderno sia — traduco l’espressione originale — una questione di lana caprina. Ho i numeri per dire che non lo è, e sono numeri che l’articolo aveva a portata di mano e non ha usato.
“Non rendono abbastanza”: vero, ed è proprio il punto
Il ricercatore Chris Seal, intervistato dalla BBC, spiega che i grani antichi sono stati abbandonati perché “in condizioni agricole moderne non rendono bene”: sono più alti, si piegano con il vento, la resa cala. Tutto vero, e la Maiorca lo conferma: 20 quintali per ettaro contro i 50 dei grani moderni. Ma l’articolo si ferma un passo prima della domanda giusta: perché “condizioni agricole moderne” dovrebbero essere il metro di giudizio? Quelle condizioni — azoto, chimica, seme che va ricomprato ogni anno da un’azienda sementiera — sono state costruite apposta per grani costruiti ad hoc. I grani antichi veri — Monococco, Timilia, Russello, Perciasacchi, Maiorca, Solina, Saragolla lucana— restano fuori da questo mercato perché il loro seme si riproduce da solo, in campo, senza pagare nessuno ogni stagione. La bassa resa non è un difetto: è il prezzo dell’indipendenza da un sistema commerciale, non da un sistema agronomico.






