Che cosa serve perché nasca un luogo della memoria? Non un architetto, non un’istituzione, non una delibera comunale. A volte basta un padre. Basta una pietra raccolta sulla riva, il nome di un figlio scritto con un pennarello e il coraggio di affidarlo al mare.
È accaduto a Livorno, alla scalinata di Antignano. Qui Mario Bartoli, dopo aver perso il figlio Christian, appena diciassettenne, e anni dopo anche la sua inseparabile cagnolina Kyra, ha compiuto un gesto semplice, quasi istintivo. Ha preso un sasso, vi ha scritto un nome e lo ha deposto davanti al mare. Non immaginava che quel gesto, così intimo e personale, sarebbe diventato un rito condiviso. Oggi quello specchio d’acqua è conosciuto come Mare dei Ricordi. Sul fondale riposano centinaia di pietre colorate, ognuna con un nome, una data, un piccolo disegno o una dedica. Ogni settimana se ne aggiungono altre. Arrivano da tutta Italia. Raccontano storie diverse, ma custodiscono lo stesso bisogno: continuare ad amare chi non c’è più.
Da anni mi occupo di death education e di ritualità del commiato e se c’è una certezza che il mio lavoro mi ha consegnato è questa: i riti non scompaiono mai. Quando la società smette di offrirli, le persone li reinventano. È accaduto in ogni epoca della storia e continua ad accadere anche oggi.








