Da settimane nel campo di centrosinistra si discute di un problema che si considerava di metodo, ma che sempre più si sta rivelando di sostanza: se affidare alle primarie di coalizione anche la linea di politica estera, a partire dal sostegno militare a Kyjiv, oppure blindarla a priori in un programma condiviso. Giuseppe Conte ha rotto gli indugi a inizio agosto, annunciando che il Movimento 5 Stelle non voterà il prossimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina e proponendo che sia la consultazione pubblica a stabilire il posizionamento internazionale dell’intera alleanza. Elly Schlein ha risposto ribaltando l’ordine dei fattori, anteponendo prima il programma alle primarie, perché chi vince deve poi guidare l’intero campo largo o quel che sarà.
Lia Quartapelle, voce riformista, ha sottolineato che le primarie scelgono un leader, non la collocazione nel mondo del Paese, e ci sono principi – sostegno all’Ucraina, ancoraggio europeista – che non possono essere rimessi al voto dei gazebo. Pina Picierno, pur con sguardo ormai esterno, ha scritto che esiste un contenuto oltre il quale nessuna alleanza è possibile. Voci molteplici, frattura reale e sentitissima: nel campo progressista convivono un’anima movimentista sempre più critica verso l’invio di armi a Kyjiv e una componente che fortunatamente ancora resiste, considerandolo elemento non negoziabile.








