Lo chiamavano L'Angelo, per come volava in gara: e in effetti il 3 agosto del 1960 quando attaccò la curva dei 200 metri allo Stadio Olimpico lanciandosi verso la medaglia d'oro dei Giochi di Roma, lui bianco italiano più bravo degli sprinter neri americani, colombe in gruppo si alzarono dalla pista a sottolineare il miracolo. Livio Berruti è stato la copertina di un'Italia felice, figlia di un altro miracolo, quello economico.

Protagonista assoluto dei Giochi di Roma '60, gli ultimi a misura d'uomo, venne premiato per quell'impresa con il simbolo del boom, una Cinquecento: la ritirò, passò a prendere un giovane e talentuoso giornalista, Gian Paolo Ormezzano, e insieme tornarono a Torino. Si viveva così a quei tempi in Italia, anche se si era fenomeni, e così ha continuato a fare Berruti fino ad oggi. Era nato a Torino nel 1939 e, anche se il suo cuore avrebbe prediletto il tennis, l'incontro scolastico con l'atletica al Liceo Cavour nel 1955 lo spinse a cambiare idea. Sulle ali della gioventù corse veloce, velocissimo: a soli 21 anni era alle Olimpiadi di casa. Lì, su una pista in terra battuta, avrebbe compiuto un'impresa che lo avrebbe fissato per sempre nella memoria degli italiani, con il volto pulito da ragazzo e lo sguardo nascosto dagli immancabili occhiali da sole. Primo europeo a spezzare il dominio a stelle e strisce, primo velocista azzurro a conquistare un oro olimpico. E proprio a Roma, quell'edizione dei Giochi che lui stesso definì magica e irripetibile, Berruti divenne un mito dello sport italiano: tutto il Paese, che cercava luce dopo il buio della guerra, tifava per quel giovane capace di incantare, e non solo per quella falcata leggera e vincente.