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Salvatore Riggio

Milanese, nata nel 1969, è stata scelta da Malagò. Campionessa di scherma, ha gareggiato anche con il tendine d'Achille rotto. Al vertice del Coni, ha due figlie e una specializzazione in Medicina dello sport

Il caldo soffocante di Barcellona, il 4 agosto 1992, entrava fin dentro le pedane del Palau de la Metallurgia a Montjuic, ma la determinazione di Diana Bianchedi spazzò via ogni fatica. In una finale al cardiopalma contro la Germania, travolse ogni avversaria vincendo tutti e quattro i suoi assalti e regalando all’Italia il primo storico oro a squadre nella scherma femminile. Fu l’inizio di una storia d’amore leggendaria con lo sport, costruita sul talento puro, sulla determinazione e su un’intelligenza rara. La sua non è mai stata una strada pianificata per essere comoda, ma per essere vera e conquistata con il sudore. Nata a Milano nel 1969, già da ragazzina, al secondo anno di liceo in un istituto privato gestito dalle suore, Diana mostrò quel carattere fiero e intransigente che ne avrebbe segnato l’esistenza: dovendo partire a fine settimana per la sua prima gara di Coppa del Mondo, si fece interrogare in matematica al venerdì prendendo otto come voto, ma quando il lunedì successivo si vide rifilare una verifica a sorpresa su argomenti mai spiegati, avvertì quel trattamento come un’ingiustizia profonda e inaccettabile. Fu un momento di rottura autentico: sostenuta da genitori che compresero la sua rabbia e le diedero cieca fiducia, decise di trasferirsi al liceo pubblico. Lì, da studentessa appassionata e tifosissima del Milan, arrivò perfino a comporre con orgoglio un tema in inglese interamente dedicato alla leadership di Franco Baresi. Continuando a praticare scherma alla Mangiarotti. Quella stessa tempra ferrea l’ha poi scortata sulle pedane di tutto il mondo, vivendo momenti di drammaticità pura come ad Atlanta nel 1996, quando un urlo straziante gelò il palazzetto: il tendine d’Achille si era spezzato in due durante l’assalto contro la cinese Wang Huifeng. Ma di fronte al corpo che cedeva, il suo spirito pretese di non mollare, ordinando allo staff sanitario di rialzarla per tornare in pedana. Quasi immobile, tirando da ferma con il cuore in gola, riuscì miracolosamente a piegare la cinese Wang Huifeng e a vincere quell’assalto per 15-8, salvo poi alzare bandiera bianca e ritirarsi. Un momento da brividi prima di fermarsi, curarsi e tornare a dominare il mondo con l’oro di Sydney 2000 e cinque trionfi iridati a squadre. Diana è stata l’anima carismatica e la diplomate ideale di un Dream Team stellare, capace di armonizzare e far convivere campionesse immense come Giovanna Trillini e Valentina Vezzali. Parallelamente alle medaglie, senza mai cercare scorciatoie, si è laureata in Medicina e Chirurgia, si è specializzata in Medicina dello Sport e ha cresciuto due figli insieme al marito Gianmarco Amore, dividendosi tra famiglia e incarichi di vertice al Coni – il 18 aprile 2001 è stata la prima donna, ed esponente più giovane di sempre, a essere eletta vice presidente nell’esecutivo – senza saltare mai una sola riunione. Oggi, dopo aver guidato la pianificazione strategica per i Giochi invernali di Milano Cortina 2026 e battendosi da sempre per la parità di genere e la tutela degli studenti-atleti, si appresta a vivere un’altra avventura straordinaria. La scelta di Giovanni Malagò di nominarla capodelegazione della Nazionale maschile di calcio è un contropiede perfetto, che porta una donna simbolo di valori, cultura del lavoro e vittorie sofferte al centro del movimento sportivo più seguito d’Italia.