Mi sono molto interrogato sull'assise che il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato per novembre sul tema dell'integrazione degli studenti stranieri. Esponenti delle forze politiche, dei sindacati, docenti, esperti e le consulte degli studenti discuteranno di misure finalizzate all'accoglienza, "nel rispetto dell'identità e dei valori del nostro Paese".
Il punto che mi fa riflettere maggiormente è quello in cui si annuncia la volontà di vietare l'uso del burqa a scuola. In Europa il velo islamico integrale è già vietato negli istituti di Francia e Austria. In Francia, addirittura, vigono leggi severe contro tutti i simboli religiosi ostentati nelle scuole pubbliche. In Austria, invece, vi è il divieto specifico di coprire il capo nelle scuole con indumenti religiosi per le studentesse sotto i quattordici anni. In Belgio e in Danimarca l'uso di indumenti che coprono il volto è vietato negli spazi pubblici e sono al vaglio restrizioni specifiche per le aule scolastiche.
Negli Stati Uniti, invece, non esiste un divieto federale del burqa nelle scuole, giacché l'abbigliamento religioso sarebbe protetto dal Primo Emendamento della Costituzione. Vero è che le singole scuole possono applicare codici di abbigliamento locali, pur nel rispetto dei diritti civili federali. Quello che mi auguro è che in Italia, nel nome dell'integrazione, non ci si limiti a emanare leggi o direttive squisitamente anti islamiche. La storia insegna, infatti, che ogni imposizione forzosa di matrice laicizzante e occidentalizzante ha ottenuto come conseguenza il rafforzamento di posizioni anticolonialiste, che hanno alimentato i radicalismi.













