«Arrivo al deposito della Sun, prendo il “mio” pullman e vado. Guidare un bus era il sogno che avevo da sempre e l’ho realizzato»: Mamadou Diallo ha trent’anni ed è arrivato in Sicilia con un barcone nel 2014, dopo la fuga da Conakry, capitale della Guinea, dove la sua famiglia era stata perseguitata perché appartenente alla minoranza Peul. In 12 anni Diallo ha preso in mano la sua vita e ne ha fatto una storia unica, studiando e lavorando, grazie alle sue capacità e all’incontro con persone generose. La vita da ragazzino di Mamadou finisce il 28 settembre del 2009 quando allo stadio di Conakry le forze di sicurezza della Guinea compiono un massacro, uccidendo e stuprando. Tra le vittime ci sono i suoi genitori, appartenenti all’etnia Peul, maggioritaria nei numeri ma all’opposizione del Governo della giunta militare. Così Mamadou scappa e va in Senegal da uno zio, dove spera di trovare ospitalità. «Ma dura poco, lui non mi accoglie e quindi decido di venire in Europa - racconta -. E’ stato un viaggio da incubo che non rifarei se potessi scegliere. Ma non avevo altre possibilità: a volte nella vita le cose succedono e devi affrontarle come puoi».

I momenti più duri Si mette in marcia e arriva in Mali, dove resta un anno per lavorare e mettere da parte i soldi per continuare il viaggio: fa quello capita. Poi ricomincia a muoversi e arriva in Libia a Sabah, città-oasi nel sud-ovest del Paese a seicento chilometri da Tripoli. «Sono stato fermato e incarcerato solo perché ero straniero - racconta Diallo -. Mi hanno torturato per chiedere alla mia famiglia di mandare dei soldi per la liberazione ma quando hanno capito che non avevo più nessuno sono stato “concesso” come schiavo al proprietario di un’azienda agricola. Succede che amici o familiari delle guardie delle prigioni libiche, vadano nelle celle e scelgano operai che lavorino gratis per loro. Il padrone mi dava solo da mangiare e dormire ma neanche un soldo». Fa quella vita per due anni e poi scappa. Va a Tripoli dove trova la comunità di connazionali dalla Guinea e si unisce a loro: «Avevo capito che la mia vita sarebbe rimasta l’esistenza di uno schiavo e ho tentato la fuga, riuscita per fortuna. Sono arrivato nella capitale dove ogni gruppo etnico vive in un edificio e divide il lavoro che trova: mi hanno insegnato a fare l’imbianchino. Così ho messo da parte i soldi per tentare la traversata».