Morris arriva a Torino a 21 anni, dopo aver lasciato Benin City, Nigeria, appena maggiorenne, aver attraversato il Sahara, essere stato costretto, in Libia, a separarsi dalla donna che sarà sua moglie, finita in un centro di prigionia, essere rimasto alla deriva in mare. Soccorso, finisce prima a Lampedusa, poi nel capoluogo piemontese: «Ci hanno preso le impronte e portati in collina, in una comunità d’accoglienza con altri ragazzi». E come altri ragazzi Morris sogna di diventare calciatore.

Giocando non trova la Serie A, ma una nuova famiglia. Sul campo diventa amico di Giulio, frequenta casa sua dove passa il Natale e a volte si ferma a dormire mentre studia e lavora come bracciante a Torrazza, due treni e due ore dalla città. Così quando gli viene negato l’asilo quella famiglia già un po’ sua decide di adottarlo. Un piccolo miracolo senza alternative: quel no del Tribunale di solito significa clandestinità, niente lavoro regolare, Cpr, rimpatri. Poi alla famiglia si unisce Younis, la ragazza da cui si era separato in Libia. Arriva un figlio. «Adesso faccio il meccanico, sistemo vagoni. Anche se il contratto è sempre da magazziniere».