Ormai da mesi gli italiani fanno i conti con il caro carburante. Numeri alla pompa che fanno girare la testa. Ma anche quelli che l’Ufficio studi della Cgia di Mestre mette nero su bianco non sono da meno. Soprattutto per pugliesi e lucani. Se infatti per il 2026, nella sua complessità, si prevede un aggravio nazionale pari a 13,6 miliardi di euro (rispetto al 2025) con un incremento del 20,4% e un esborso mensile di 1,1 miliardi, sono i dati regionali ad allarmare di più.
A livello territoriale, infatti, gli aumenti più marcati in termini percentuali si registrano in Basilicata: 21,6%, cioè 9,8 milioni al mese. La maglia nera d’Italia. La Puglia invece è seconda a pari merito percentuale con la Campania: 21,3%. La differenza sta nell’impatto per milioni: 89 nel caso partenopeo, 69,8 in quello del Tacco. La classifica poi prosegue con il Molise, poi Trentino, Marche e Calabria. A conti fatti, in questo rendiconto piuttosto disomogeneo degli impatti, è il Mezzogiorno a pagare il prezzo più salato, mentre le principali regioni del Nord riposano sul fondo della graduatoria.
Il governo - riepiloga il report - ha messo finora sul tavolo risorse per oltre 7,3 miliardi di euro per cittadini ed aziende: cinque miliardi destinati a contenere l’aumento delle bollette di energia elettrica e gas, mentre 2,3 miliardi sono stati impiegati per ridurre le accise sui carburanti. «Si tratta - spiega la Cgia - di una somma rilevante che tuttavia riuscirebbe a compensare poco più di un quarto dei 29 miliardi di maggiori costi previsti per fronteggiare i rincari dei carburanti, del gas e dell’energia elettrica». Come proseguire a questo punto? Il taglio delle accise di 17 centesimi sul solo diesel è stato prorogato fino al 26 agosto per contenere gli esborsi nel periodo vacanziero. Ma poi? Quale sarà la strategia? L’esecutivo punta tutto sulla attivazione della clausola di salvaguardia per escludere le spese dell’energia dai vincoli del Patto di Stabilità. Esattamente quello che accadrà per il settore della Difesa. In questo modo si recupererebbe un tesoretto da 14,5 miliardi di euro da spendere su base triennale. Serve, naturalmente, il via libera di Bruxelles e si tratta comunque di nuovo debito. La Cgia, infatti, suggerisce di intervenire sulla spesa pubblica, senza toccare il welfare: ridurla dell’1% vorrebbe dire liberare quasi 11 miliardi. Un’operazione comunque non semplice.













