L’Italia corre verso il nucleare. Ma la sfida della transizione energetica si gioca molto prima dell'orizzonte in cui, tra otto anni, entreranno in funzione i reattori di nuova generazione. Fino ad allora l’unica leva reale per ridurre emissioni e dipendenza dall’estero resta quella delle rinnovabili. Eppure è proprio qui che il sistema si inceppa. Oggi il 41% della produzione elettrica italiana arriva già da fonti rinnovabili, un livello significativo nel contesto europeo. Tuttavia, per centrare gli obiettivi del PNIEC – che prevedono di superare il 60% entro il 2030 – servirebbe una crescita molto più rapida. Il piano nazionale del governo stabilisce di raggiungere circa 131 GW di capacità rinnovabile installata entro fine decennio, vale a dire 48 GW in più rispetto agli attuali livelli (siamo a 83,5 GW), con un incremento medio annuo superiore agli attuali ritmi. Elettricità futura, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese del settore elettrico, spiega che per centrare il target del Pniec sono necessarie nuove installazioni di 34 GW di fotovoltaico e 14 GW di eolico.

Secondo i calcoli del Politecnico di Milano, per raggiungere l’obiettivo bisogna investire oltre 50 miliardi di euro da qui al 2030. Più di 10 miliardi l’anno. Sono capitali privati che i colossi dell’energia sono pronti a spendere, ma non riescono a scavalcare i blocchi delle amministrazioni pubbliche. Confindustria ha contato 4 mila pratiche ferme tra enti locali e ministeri. Le richieste delle aziende hanno raggiunto numeri impressionanti: le domande che si sono accumulate negli ultimi sei anni per impianti da fonti rinnovabili – eolici e fotovoltaici - superano i 150 GigaWatt. Che cosa frena davvero le rinnovabili? Il primo ostacolo è la burocrazia. Il sistema autorizzativo italiano resta un labirinto in cui si sovrappongono competenze di ministeri, regioni, Comuni e soprintendenze, con procedure diverse a seconda del territorio. Non si tratta solo di lentezza, ma di incertezza: per un investitore è impossibile prevedere tempi ed esiti. A Terna risulta che più della metà delle regioni italiane (12) sono in ritardo sulla capacità rinnovabile da realizzare. A mostrare una maggiore distanza dal target del 2030 sono Sardegna (-461 MW), Calabria (-383 MW), Toscana (-225 MW). Tra le più virtuose Lazio (+1.315 MW), Lombardia (+738 MW) e Piemonte (+419 MW). Il risultato è un cortocircuito: il Paese ha bisogno di accelerare, ma i progetti si accumulano in attesa della Valutazione di impatto ambientale (Via). I contenziosi nascono anche all’interno dell’esecutivo con il ministro della Cultura che boccia il 90% dei progetti eolici e l’80% di quelli solari per salvaguardare il paesaggio. Per contrastare vincoli e lungaggini il ministero dell’Ambiente si rivolge quasi quotidianamente alla presidenza del Consiglio, ma il risultato finale è quello di ingolfare ancor di più la macchina amministrativa.