Percorsi seriali: Beef – lo scontro, la serie Netflix torna con una seconda stagione più ambiziosa, corale e velenosa
Partiamo dal dato che fa più rumore di un clacson infuriato in autostrada, agli Emmy 2026 Beef ha incassato 16 nomination, tre più della prima stagione, che nel 2024 se n’era già portate a casa otto su tredici, compresa quella per la Miglior Miniserie o Antologica. Numeri che dicono una cosa semplice: Lee Sung Jin, l’uomo dietro questa macchina da rancore compulsivo, non ha replicato il compitino, l’ha peggiorato, nel senso più elogiativo del termine. Tutto disponibile su Netflix.Facciamo un passo indietro, perché Beef non è nato Emmy-friendly per decreto divino. È nato da un litigio in un parcheggio. Danny Cho (Steven Yeun) e Amy Lau (Ali Wong) si incrociano per un eccesso di clacson, e da lì la faida si trasforma in un incendio a cielo aperto che brucia matrimoni, famiglie, chiese, aziende e ogni residuo di dignità dei due protagonisti.
Sotto la superficie da dark comedy scorreva un discorso serissimo sulla diaspora coreano-americana, sulla rabbia di classe travestita da rabbia personale, su Los Angeles come palcoscenico perfetto per far esplodere due vite che sembravano già sull’orlo di farlo. Il pubblico ha reagito come raramente succede: la prima stagione ha scalato la classifica Netflix fino quasi al vertice globale, superando i 70 milioni di ore viste in una settimana e sfiorando il miliardo e mezzo di minuti visti nella seconda. Il Tomatometer, l’indice di Rotten Tomatoes, al 98%, l’IMDb fermo su un solido 8, la critica internazionale in ginocchio: non capita spesso che una serie coreano-americana di otto episodi diventi un fenomeno mondiale senza sconti sulla specificità culturale, anzi proprio grazie a quella specificità. E qui arriva la parte interessante, quella che la rende un caso di scuola: la seconda stagione di Beef è un’antologia. Non un sequel, direi una reincarnazione.






