Le primarie sono tornate. Non perché il centrosinistra le abbia riscoperte, ma perché non può più farne a meno. Già due volte il centrosinistra ha usato le primarie di coalizione per scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio. Prima nel 2005, quando vinse Romano Prodi, e poi nel 2012, quando toccò a Pier Luigi Bersani. Oggi a chiederle è Giuseppe Conte, il quale sa bene che, almeno nei sondaggi, la sua popolarità supera quella di Elly Schlein. Dunque non ha nessuna intenzione di accettare di stare in un'alleanza nella quale il candidato premier sia automaticamente il leader del partito più forte, cioè il Pd.Non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo però che le primarie di coalizione, inventate in Italia, sono state sperimentate anche in un altro Paese europeo: l’Ungheria. Qui, nel 2021 l'opposizione decise di sfidare Viktor Orbán affidando agli elettori la scelta del candidato alla guida del governo. I sondaggi descrivevano un premier in forte affanno e un'opposizione finalmente in grado di prendere il potere. Cinque candidati si presentarono alla competizione e, per evitare che prevalesse un vincitore privo di una reale maggioranza, fu previsto anche un ballottaggio. Al primo turno prevalse Klára Dobrev, esponente del partito più forte della coalizione. Ma al secondo il candidato arrivato alle sue spalle si ritirò per sostenere Péter Márki-Zay, sindaco di una cittadina di provincia, padre di sette figli, indipendente, estraneo ai gruppi dirigenti tradizionali. Un volto nuovo, insomma. E fu lui a imporsi, incarnando la speranza di un cambiamento capace di andare oltre gli equilibri tra i partiti. Ma fu proprio allora che la politica presentò il conto. Pochi mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina cambiò il quadro europeo e mise a nudo le contraddizioni della coalizione. L'accordo sul nome non bastò più, perché sul sostegno a Kiev convivevano posizioni inconciliabili, che si contraddicevano a vicenda. Il risultato fu inequivocabile. Il candidato delle primarie, il volto nuovo, si fermò al 34 per cento, mentre il premier uscente, che molti osservatori consideravano ormai finito, conquistò il 54 per cento dei voti.È una vicenda che il campo largo dovrebbe osservare con attenzione. Perché, avvicinandosi il momento delle decisioni, diventa sempre più evidente che le divergenze non possono essere ricomposte attraverso formule ambigue, capaci di contenere contemporaneamente una tesi e il suo contrario. Le armi all'Ucraina si inviano oppure no. Il rafforzamento della difesa nazionale si sostiene oppure si respinge. Continuare a rinviare ogni scelta rifugiandosi nell'evocazione di un futuro esercito europeo vuol dire affidarsi a quella che il grande Ugo Tognazzi chiamava “una supercazzola prematurata”.Per questo il nodo che il centrosinistra ha davanti non riguarda soltanto il metodo con cui individuare il proprio candidato alla guida del governo. Riguarda la capacità di presentarsi agli elettori con un'identità politica riconoscibile e con una proposta coerente. Le primarie possono assegnare una leadership, ma non possono colmare il vuoto di una visione condivisa. E nessun candidato, per quanto autorevole o innovativo, potrà trasformare in una forza di governo una coalizione che continui a rinviare le proprie scelte decisive. Non sappiamo se Conte e Schlein ricordino il pasticcio delle primarie ungheresi. Di sicuro lo ricorda perfettamente Giorgia Meloni.
Dilemma primarie e la lezione del caso ungherese
La leadership non risolve le contraddizioni cruciali. Come accadde agli sfidanti di Orbán













