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Roberto Pezzali

Nel 2021 NVIDIA lanciò la CMP 170HX per il mining, dichiarando 8-10 GB di memoria ma nascondendone in realtà fino a 80 GB via firmware, per non fare concorrenza alla A100. Un tool open source ora permette di sbloccare memoria e prestazioni nascoste con le schede che usate passano da 100$ a quasi 2000$.

Chi si ricorda le vecchie NVIDIA CMP 170HX? Arrivarono sul mercato nel 2021, nel pieno della seconda grande febbre del mining, quella spinta dal boom di Ethereum prima del passaggio a Proof of Stake. NVIDIA, per arginare la corsa all'accaparramento delle GeForce da parte dei miner e provare a restituire un po' di disponibilità ai poveri gamer che non trovavano schede, decide di creare una linea di prodotti pensata esclusivamente per il calcolo hash: la serie CMP, sigla di Crypto Mining Processor.

La 170HX è il modello di punta di quella famiglia, e non è una GPU consumer travestita: è costruita a partire dal die GA100, lo stesso che equipaggia le A100 destinate ai data center, privata però di tutto quello che serve al rendering, quindi niente output video, niente driver grafici, nessun supporto DirectX o Vulkan. Un acceleratore puro, venduto con 8 o 10 GB di memoria RAM ritenuti più che sufficienti per quello che doveva fare la scheda, calcoli, ma che era così di nicchia che quando c'è stato il crollo del mining è diventata preistoria tecnologica, una scheda senza uno scopo e senza motivo d'esistere, una GPU non rivendibile se non a chi voleva tenersi un pezzo della storia del mining. Sul mercato dell'usato queste schede si trovavano fino a qualche settimana fa a 100-200 dollari ma il loro valore è schizzato alle stelle nei giorni scorsi quando un tool, comparso su GitHub e scritto con l'aiuto di qualche modello IA, ne ha ribaltato il destino. Schede che NVIDIA vendeva come GPU con 8 o 10 GB di RAM ne nascondevano invece anche 80.