Il presidente della Camera Penale di Trapani, avvocato Agatino Scaringi, tiene tra le mani un paio di fogli, gli appunti dell'ultima visita dei penalisti nella carcere "Pietro Cerulli". Ad ascoltarlo a leggere ciò che ha scritto, sembra quasi di sentire il "miserere" de "Il Trovatore", quelle parole che invitavano a sperare di non dover conoscere "l'infernal soggiorno".
Un quadro di degrado "massimo", dove l'articolo 27 della Costituzione - "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" - cessa di essere un principio guida per diventare un'illusione. È la realtà spietata del carcere di San Giuliano, una struttura arrivata al punto di collasso logistico, sanitario e umano, in cui la gestione quotidiana della detenzione si è trasformata in una sistematica violazione dei diritti fondamentali.
I numeri attestano un'emergenza non più sostenibile: a fronte di una capienza utilizzabile di circa 480 posti, ci sono 570 detenuti, di cui 120 stranieri: per questi mancano i mediatori culturali, incapaci così di far valere ragioni, bisogni e diritti primari. Un sovraffollamento che scarica i suoi effetti più devastanti sul reparto "Mediterraneo", due piani e un piano terra, dove le condizioni materiali toccano livelli insostenibili: «Una struttura da chiudere immediatamente», un luogo dove la funzione rieducativa della pena è spazzata via da una realtà fatta di degrado, emergenza continua e sofferenza. Le celle, stipate quasi tutte con 4 o 5 letti, negano del tutto lo spazio minimo calpestabile legale di 3 metri quadrati per persona. Molti sono i detenuti che hanno ottenuto i risarcimenti per vivere in condizioni contrarie alla norma. A rendere la vivibilità un incubo quotidiano si aggiunge un servizio idrico fatiscente: dalle tubature fuoriesce acqua marrone.








