È successo sotto un ombrellone, in uno di quei pomeriggi in cui il caldo rende tutti meno pazienti. Una bambina chiedeva al padre lo smartphone. Lui le aveva già detto di no. Lei ha continuato, prima lamentandosi, poi piangendo e alzando la voce. Il padre ha guardato intorno, ha resistito ancora qualche minuto e alla fine ha ceduto. Le ha messo il telefono in mano e il pianto si è interrotto.

Lui ha tirato il fiato, lei ha abbassato gli occhi sullo schermo e la spiaggia è tornata silenziosa. Non so quanto fosse stanco quell’uomo, che giornata avesse avuto o da quanto tempo andasse avanti quella richiesta. Trasformarlo nel padre incapace e lei nella bambina viziata sarebbe ingeneroso.

Un gioco che ferma il capriccio

La scena mi è rimasta in mente perché racconta qualcosa che riguarda molti di noi. Il telefonino aveva risolto in pochi secondi una situazione che l’adulto non riusciva più a sostenere. Aveva spento il pianto, ma soprattutto lo aveva liberato dalla fatica e dagli sguardi degli altri. A volte consegniamo uno smartphone ai bambini per calmare loro; altre volte, senza accorgercene, lo facciamo per calmare noi stessi. È comprensibile. I genitori corrono tra lavoro, casa e impegni, spesso si sentono osservati e giudicati qualunque cosa facciano.