Sopra una strada trafficata, un cartellone mostra un bambino sorridente – avrà non più di 2 anni – con un iPhone tra le mani. Accanto al suo volto compare una frase pensata per togliere ogni preoccupazione: “Tutto ok, è iPhone”. Quel messaggio tocca un punto sensibile dei genitori, perché lo smartphone viene spesso acquistato ai figli per raggiungerli e sentirli più vicini quando sono fuori casa. Il telefono diventa così una risposta alla paura adulta prima ancora di essere una necessità del bambino.
Un dispositivo riconoscibile
La forza della pubblicità sta anche nell’oggetto scelto, un dispositivo riconoscibile che in alcuni modelli supera i mille euro e porta con sé un valore sociale evidente. Il bambino appare felice e a suo agio; chi guarda riceve l’impressione che quella scena appartenga ormai alla normalità. La campagna si rivolge agli adulti che acquistano, ma entra nell’immaginario dei più piccoli e contribuisce a definire ciò che serve per sentirsi inclusi. E che non sia considerato un messaggio “normale” lo dimostra anche la segnalazione al Garante per l’infanzia.
L’indagine “Bambini Digitali”, condotta da Di.Te. e Sipec su 6.666 famiglie, ha rilevato che il 61,4 per cento dei bambini tra zero e sei anni utilizza ogni giorno uno schermo e che nel 41,5 per cento dei casi il primo incontro con smartphone o tablet avviene tra i due e i tre anni. In questa fase un bambino assorbe facilmente il legame tra l’oggetto mostrato e l’emozione che lo accompagna. La capacità di riconoscere la strategia commerciale arriverà più tardi, mentre il desiderio può nascere subito e rafforzarsi quando quel telefono comincia a circolare tra i compagni.










