Il Maestrone che ha fatto poesia con musiche povere

Alessandro Agostinelli

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Il direttore di questo giornale, uomo simpatico e feroce, mi chiede di non scrivere il solito coccodrillo “democristiano” sulla scomparsa di Francesco Guccini. Si intenda: qui democristiano nel senso di incensatorio, apologetico e quindi illusorio. Per assecondare questo suo desiderio potrei senz’altro usare le critiche più abusate e tuttavia solide che nel tempo sono state mosse contro il padre di tutti i cantautori. Il rimprovero maggiore rivolto a Guccini è stato quello di comporre musiche striminzite e ripetitive. E purtroppo è in larga parte vero.

L’idea dell’azienda Eko, di mettere in vendita una chitarra acustica a poche lire, dette a molti la possibilità di esercitare la propria creatività adolescenziale. Guccini ha cominciato così, e la musica che amava era il rock’n’roll di Bill Haley e Gene Vincent, o i pezzi melodiosi dei Platters. Poi l’ascolto di Bob Dylan lo ha portato a comporre canzoni con pochi accordi, sempre uguali a loro stessi, come dicono i detrattori. Eppure anche Gino Paoli ha sempre composto canzoni con quattro accordi, e nessuno ha mai avuto nulla da dire in proposito.