di Luca Mastrantonio

Alcuni fra i più importanti classici della letteratura nacquero su giornali o riviste, prima di diventare volumi. Le proteste del pubblico produssero persino dei cambiamenti nella trama: è il caso del finale di Pinocchio. Poi la serialità si è trasferita alla tv, dove gli episodi sono pensati per non concludersi mai

I romanzi sono mondi immaginari in cui si entra e si esce aprendo e chiudendo il libro. Quelli pubblicati a puntate sui giornali, invece, spezzettano quei mondi immaginari, i cui pezzi si infilano più facilmente nelle pieghe della vita reale. Lo descrive bene un critico inglese parlando delle opere di Charles Dickens (citato da F. Rose in Immersi nelle storie).Stiamo parlando del maestro inglese del romanzo a puntate, che dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, fu assunto dal Morning Chronicle. Da giovane reporter, nel 1836 fu incaricato di scrivere dei racconti a puntate, così nacque Il circolo Pickwick, il primo grande successo seriale, che non aveva ancora finito di pubblicare quando iniziò a scrivere Oliver Twist per il Bentley’s Miscellany. La sua scrittura fu influenzata dalla serializzazione, con toni esagerati, colpi di scena e finali “mozzafiato”, per non perdersi i lettori - una tecnica che poi è definita del cliffhanger dalla scena in cui Thomas Hardy lasciò letteralmente il suo eroe a penzolare da un precipizio alla fine del sesto episodio di Due occhi azzurri.Oltre all’Inghilterra, l’altra grande patria del romanzo a puntate è la Francia, dove prende il nome di feuilleton. Tra i campioni, Alexandre Dumas, con I tre moschettieri e Il conte di Montecristo, pieno di colpi di scena e un tema potente: la vendetta. Eugène Sue, poi, con I misteri di Parigi ha dato vita a un filone tutt’ora molto diffuso, quello dei “segreti sulle città”.