di Michela Proietti

Dalla pubblicità choc dei pantaloncini con riferimenti biblici firmata Oliviero Toscani alla convivenza forzata in città accanto a chi vive come se fosse in spiaggia: non è solo questione di eleganza, ma anche di corpi, libertà e desiderio

Per Pier Paolo Pasolini il Gesù dei jeans batteva quello del Vaticano. Sul Corriere della Sera del 1973 lo scrittore difendeva la pubblicità Jesus ideata da Oliviero Toscani ed Emanuele Pirella dagli attacchi dell’Osservatore Romano. «Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici... Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici». Lo scandalo era doppio: la modella Donna Jordan fotografata in hot pants e l’invito a seguirla usando una frase ripresa dal Vangelo secondo Matteo. Da che parte stiamo oggi, a 50 anni da quella polemica? Siamo più quelli della Restaurazione o quelli della Rivoluzione, come venne definita da Pasolini? Più in sintonia con l’articolista dell’Osservatore «con il suo italianuccio antiquato, spiritualistico e un po’ fatuo» o con la nuova ondata di «consumatori dallo spirito pragmatico ed edonistico»? Oggi le varie Donna Jordan sono per strada, hanno dai 12 ai 50 anni, sono le compagne di classe dei nostri figli e talvolta le loro mamme. Per un preside di Roma che autorizza l’uso dei pantaloncini corti a scuola – anche per via del cambiamento climatico – ce n’è uno di un liceo di Reggio Emilia che li vieta. Ma come sempre è lo street style che comanda: per dirla con Bill Cunningham, che per 40 anni ha raccontato la moda per il New York Times con la sua rubrica «On the street», la migliore sfilata di moda è decisamente quella che si svolge per le strade. Anche se le vie di Milano, Roma, Napoli e di molte le città italiane sono popolate, più che di abiti, di geste svestita. «Nella storia della moda torna ciclicamente questo discorso: c’è stata la polemica sugli abiti prendisole e sulla minigonna, in epoca in cui l’orlo era sopra il ginocchio. Ad alcune di loro veniva interdetto l’ingresso negli uffici e nei tribunali e loro continuavano proprio come una forma di protesta, per riaffermare la loro personalità e il loro ruolo di giovani donne che non volevano essere costrette dalle convenzioni sociali comuni», osserva Emanuela Scarpellini, docente di Storia sociale dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano.