di Marco Imarisio
Uno, riservato e taciturno, è l'esatto opposto dei «campioni italiani» del passato, da Alberto Tomba a Valentino Rossi. L'altro, più estroverso, sommerge di scherzi il suo ingegnere. In comune hanno la ferocia sportiva e la necessità di trovarsi un nemico
«Chi è quel ragazzo che sembra appena uscito da scuola?». A Wimbledon, gli steward sono tutti volontari, soci dell’All England Club, e quel giorno il distinto signore non proprio esperto di Formula 1 che presidiava il balcone delle celebrità chiedendosi chi e perché la folla sottostante stesse applaudendo, aveva le sue buone ragioni.
Lo spezzato di una nota marca italiana riusciva a rispettare il rigido codice di abbigliamento della tribuna d’onore, ma al tempo stesso sembrava la divisa obbligatoria di un liceo londinese, e così faceva apparire Kimi Antonelli ancora più giovane dei suoi diciannove anni. Una volta spiegato che quell’imberbe ragazzo è probabilmente il pilota più forte del mondo, l’attempato volontario ha annuito con la testa.
«Certo che voi italiani avete una fortuna sfacciata» era stato il suo commento, a dire il vero un poco più colorito di quanto qui riportato. Ma ci siamo capiti. Pochi minuti prima, su quella stessa balconata era sfilato Jannik Sinner, reduce da una seduta di allenamento, provocando gli stessi sospiri degli spettatori che campeggiano sotto al balcone davanti al Centre Court, in perenne attesa di incrociare le celebrità. Quel giorno, erano stati fortunati. Ne avevano viste due, in rapida sequenza, due giovani uomini che stanno dominando gli sport più popolari del pianeta, calcio escluso. E fatto rarissimo, sono entrambi della stessa nazionalità.Lo sport non si presta a mantenere la giusta distanza dagli avvenimenti, lo sappiamo tutti. È il reparto giocattoli della vita, quello dove grandi e più piccini tornano a essere bambini incontentabili, e dove le reazioni sono sempre estreme. Ma forse, dovremmo smetterla di fustigarci e di portare il cilicio per l’indubbio record raggiunto dalla nostra Nazionale di calcio, tutti sappiamo quale. D’accordo, la notte di Zenica, l’ennesima umiliazione del nostro calcio, che continua a essere per distacco la passione più grande, come dimostrano i dati di ascolto dei Campionati del mondo che si sono disputati in contumacia dell’Italia. Sarebbe però da ricordare anche che il giorno della finale tra Argentina e Spagna, l’atto conclusivo di un evento al quale manchiamo da tanto, troppo tempo, meglio ribadirlo, Jannik si godeva le vacanze in Sardegna dopo aver appena rivinto Wimbledon, mentre Kimi vinceva dominando il Gran Premio del Belgio a Spa, una pista che incorona i campioni, quella dove l’anno scorso aveva vissuto un fine settimana da incubo, eliminato dal primo giro delle qualificazioni e poi una corsa di mesta retroguardia che lo aveva fatto dubitare di sé stesso.Adesso dovrebbe cominciare il gioco delle somiglianze, per mostrare come siano una cosa sola. In realtà non è così, sono due persone ben diverse, come è giusto che sia. In comune hanno la giovane età, e un paio di doti molto rare che fanno la differenza tra loro e il resto del gruppo, noi comuni mortali. Pochi giorni dopo la visita di Kimi, al piano di sopra, nel teatro delle conferenze stampa importanti Darren Cahill, l’allenatore australiano di Sinner, analizzava le ragioni della riconferma del suo assistito nel torneo più importante del mondo. Tanto insperata quanto difficile, dopo il malessere scatenato dal caldo opprimente che lo aveva privato di una vittoria annunciata al Roland Garros, lo Slam su terra rossa che era il suo obiettivo stagionale.Oltre alle solite frasi di circostanza, era rimasta sul taccuino questa frase. «Quello che fa la differenza è la sua incredibile capacità di riprendersi dopo le sconfitte, e di non ripetere due volte lo stesso errore». Pochi giorni dopo il malore di Parigi e le visite mediche che ne erano derivate, mentre la sua squadra si dedicava a lasciarlo riposare tranquillamente, Jannik aveva inviato un messaggio a tutti. Due parole. «Allora? Ricominciamo?». Forse lo aveva copiato da quello dell’anno precedente. Quando una delle sconfitte più devastanti della storia del tennis, quella finale sulla terra rossa nella capitale francese contro Carlos Alcaraz, quei tre match point a suo favore gettati via, una mazzata che poteva marchiare una carriera intera, era scivolata via come acqua sulla pietra, una placida transizione fino al primo trionfo a Wimbledon.È un concetto molto simile a quello che si erano segnati i tecnici del team Junior Mercedes, dove ad appena dodici anni era approdato Kimi Antonelli, scelto personalmente da Toto Wolf, che oggi sta un gradino sotto al dio dei motori. «Capacità di apprendere, e di imparare subito dai suoi errori». Nel 2024, quando Lewis Hamilton passa alla Ferrari, non è ancora maggiorenne, quindi non ha la patente normale, e deve ancora diplomarsi al Salvemini di Bologna. «Come se vivessi in accelerazione: ogni mio anno ne vale quattro», dichiara alla presentazione ufficiale. Ma è un predestinato, come Jannik.«Quei tre che sembrano muti, chi sono?». Appena qualche anno fa, in un agriturismo sulle alture di Bordighera. Un pranzo con gli allenatori e qualche fortunato giornalista che si trovava lì per raccontare Maria Sharapova, l’ormai ex regina del tennis mondiale, al suo ultimo ballo. Clima mondano, battute, scherzi. A un tavolo poco distante, regnava invece il silenzio. Due adulti, un ragazzo in felpa e pantaloncini da tennis, rosso di capelli, come quello che sembrava suo padre. «Parlano poco» fu la risposta di chi lo seguiva e lo vedeva ogni giorno. «Ma lui farà molto parlare di sé, si chiama Jannik».Era una riunione di famiglia, dopo molti mesi senza vedersi. Mangiavano in silenzio. L’unico rumore era quello delle posate. Quell’allievo non lo conosceva ancora nessuno, ma tutti quelli che avevano a che fare con lui ne erano certi. Un giorno, l’Italia intera avrebbe saputo il suo nome. Sinner è rimasto fedele a quel tratto distintivo del suo carattere, l’essenzialità come un dono ereditario, l’atteggiamento semplice da buon lavoratore, del tutto priva di quell’atteggiamento guascone, che ha contribuito a determinare la mitologia sorta intorno ad Alberto Tomba e Valentino Rossi. Possiede un pudore tipico della sua terra di provenienza, che gli fa detestare l’esposizione e l’ostentazione mediatica. Per capire che Kimi è fatto con uno stampino diverso basterebbe chiedere a Peter Bonnington detto Bono, l’ingegnere britannico che fu parte importante dei successi di Hamilton e ora ha preso sotto la sua ala il ragazzo emiliano, fino ad esclamare «figlio mio!» il giorno della sua prima vittoria, avendone in cambio senz’altro riconoscenza, ma anche una quantità illimitata di scherzi, dalla disattivazione del tesserino aziendale per entrare in ufficio agli agguati con pistola ad acqua. A Kimi piace scherzare con i giornalisti, ha sorrisi e battute che ne rivelano l’età ancora giovane, e porta in dote quella bonomia tipica degli emiliani.Ma la fredda gentilezza di uno e i sorrisi ancora adolescenziali dell’altro mascherano la loro grande caratteristica comune. Sono entrambi feroci. Kimi idolatra Michael Jordan, il più grande giocatore di basket di sempre. Ha visto più volte The last dance, il documentario che racconta la sua ultima stagione con i Chicago Bulls. Non si sente come lui, ma ci si rivede, nella necessità fisiologica di identificare un nemico sportivo, un avversario con il quale misurarsi per poterlo poi superare. Jannik è tutta la vita che fa così. È cresciuto osservando e studiando Novak Djokovic, è stata costruito a sua immagine somiglianza, ne ha recepito i generosi consigli, e poi ha preso a batterlo di continuo, passando alla misurazione di sé stesso con Carlos Alcaraz, il nemico sportivo nel quale specchiarsi. Sono amici, e si frequentano. E sono campioni di nuovo conio. Autentici cittadini del mondo, perfetti per il contesto internazionale in cui sono inseriti. Come Leonardo Fioravanti, numero uno assoluto del surf, primo italiano di sempre, e alzi la mano chi avrebbe immaginato che una disciplina così lontana dalla nostra tradizione sportiva un giorno sarebbe stata dominata da un ragazzo nato e cresciuto a Roma, ma che abita «ovunque, la mia casa è dove c’è un’onda». Come Kelly Doualla, la velocista che deve ancora compiere 17 anni, che è cresciuta a Sant’Angelo Lodigiano, ha genitori camerunensi ed è la grande speranza dell’atletica nostrana. Sportivi senza confini, non più racchiusi in una asfittica e rassicurante nicchia, ma dall’orizzonte lontano, aperti al vasto mare dello sport mondiale. Siamo noi che dobbiamo fare l’abitudine a questa nuova dimensione, e sono loro che ci stanno educando a farlo. Ma nell’attesa, un filo d’orgoglio ci dovrebbe passare per la testa. Abbiamo Kimi e Jannik, abbiamo un futuro. Su la testa, Italia.






