di Eugenio Lanza
Arrivederci Francesco. Stamattina hai preso la locomotiva, ma solo per fare un’ultima sciocchezza. D’altro canto ce l’avevi detto, che se anche fossi dovuto andare in America, avresti preso il tram e non certo un aeroplano. Il viaggio stavolta è un po’ più lungo, allora hai cambiato binari; anche per salutarci giovane e bello. Certo, quel maglione rosso è un po’ demodé, ma tu fai conto di stare all’osteria con Lucio e Roberto, perché anche lassù conta solo la sostanza. Non è mica Sanremo, o altri carrozzoni simili da cui hai sempre difeso la tua arte. È una cosa più informale, niente di serio.
E se domattina ti leggi morto da qualche parte, butta il giornale tenendo solo le parole crociate. I cronisti devono pur campare, e ogni tanto peccano d’ignoranza. Non sanno che chi scrive non scompare mai. Semplicemente saluta questo postaccio, dove per anni ha sopportato il peso di tonnellate d’azoto, e quintali di critiche e commenti. Ma la tua voce e la tua penna, cioè i mezzi tangibili con cui hai lasciato un’orma sul pianeta, rimangono intatti. Anzi, diventano eterni.
A dire il vero, a me hai fatto compagnia anche quando eri qui in carne ed ossa, ma tu non lo sapevi. E siccome a voler parlare di tutto si parla di niente, mi perdonerai se a differenza delle tue poesie sarò conciso, concentrandomi su di un disco che ho ascoltato a ripetizione. E rigorosamente in ordine. Si tratta di “Via Paolo Fabbri 43”, del 1976. Un’opera in cui sei riuscito a mescolare esistenzialismo, denuncia sociale e ritratti autobiografici con grande equilibrio. Certo, non è un disco per tutti. Non è per i partiti, né per gli anacoreti. Non è fatto per chi vive la vita senza pensarla. Non è stato registrato per chi investe il proprio tempo. Insomma, non è un disco per tutti.











