Qualcuno se lo sarà pure ricordato con affetto apprendendo della scomparsa di Francesco Guccini. A qualcuno sarà tornato in mente quel film del 1989 firmato da Stefano Benni e Umberto Angelucci. «Musica per vecchi animali», si chiamava. E aveva per protagonisti Dario Fo e Paolo Rossi. La trama è di quelle difficili da raccontare. Perché succede di tutto e non succede niente. Perché nell’arco delle poche ore descritte dal film c’è un mondo intero che finisce e forse un altro, tanto nuovo quanto inquietante, che principia. Siamo in una città. Alla fine delle ferie. Poca gente in giro. Ma non solo per il caldo o per il clima ancora vacanziero. Nell’aria c’è qualcosa, una strana tensione. È in atto un «provvedimento cautelativo», dovuto a un non precisato «stato di emergenza». Impossibile sapere di che si tratti davvero. Ma le strade sono militarizzate. Ossessivi avvisi acustici invitano a non uscire di casa. Si intravedono persone ferite. E, alla fine, anche dei morti. Però la partita di calcio continua a essere trasmessa. Se ne deduce che tutto va bene e non c’è nulla di cui preoccuparsi. Questo lo sfondo. Un futuro da apocalissi o di quel che segue a un’apocalissi. Tra rovine, innanzitutto morali, di immondizie e di abbandono, di inquinamento e di acquitrino, tra prati dissolti in laghi di cemento armato e stradoni polverosi, si muovono risoluti personaggi quanto mai singolari. Spinti da diverse motivazioni, attraversano insieme la città affiatandosi presto in un gruppetto di amici. Il professor Lucio Lucertola, Dario Fo, è di certo tra loro il più lucido e capace di leggere i segni di quel che accade. Il film prende quasi subito un passo picaresco e i nostri viandanti, spesso in fuga o inseguiti, si lanciano in improbabili considerazioni filosofiche. Ma tutto finisce sempre là: al «nulla». E «dopo il nulla il lunedì». Tra la trottola e il gioco dell’oca, questo allucinato divertimento cinematografico riesce a mettere i brividi e dà da pensare. Lascia immagini nella memoria. Reginald, il cane che viaggia in side car e porta il foulard perché ha l’otite. La bambina che da grande vuol fare la balena. Il bambino che sa parlare in dialetto galattico e dalla terrazza guida il condominio cercando solo un posto dove giocare in pace a pallone. Il benzinaio fantasma che «ci sente e ci guarda come un rimorso». Si va e si vaga, tutto sommato disinvoltamente, mettendo in conto di potersi imbattere come niente fosse in una «normale nube tossica o atomica». Dopo tutto come «dice Paperino: “Prima salvare le penne!”». Dario Fo saltella per evitare le pozzanghere della palude nella metropolitana diruta e si dà persino alle danze nel fetido labirinto che è bizzarro rettilario ricettacolo di spacciatori e santoni. S’annuncia un’umanità diversa, già trasfusa in altro, strisciante e segreta in un animatissimo e ambiguo sottobosco punk-goth. Del resto, il mite professor Lucertola già da piccolo era persuaso che aprendo due volte la stessa porta non si vedeva la stessa cosa. La realtà che cambia mentre non guardi. E Guccini? Arriva verso la fine. Con una «amichevole partecipazione», un cameo che lascia il segno. Giunti finalmente a un vecchio rione in rovina, luogo dell’infanzia del professor Lucertola, gli amici viaggiatori intravvedono una strana sagoma che si aggira furtiva correndo tra calcinacci e macerie. Indossa un cappottaccio e un cappello. Porta i mezzi guanti. E, a suo modo, è senz’altro un eroe. Si tratta di uno zelante cacciatore di vestigia di un mondo perduto. Raccoglie da sempre oggetti e li porta nel Museo del quale è direttore e appassionato custode. Per consentire l’ingresso al luogo esige che venga esibito un rigoroso gratuito biglietto. Il Custode Francesco Guccini accoglie con entusiasmo gli alquanto sporadici visitatori: «Questo è il Museo del Popolo Scomparso. Tutta roba trovata da me. Tracce dell’antica “Civiltà della Caffettiera”. Tremila anni fa. Roba autentica». Illustra con fierezza i cimeli che è riuscito a radunare. Un’antenna televisiva: «un oggetto sacro… veniva di solito posto in alto per comunicare direttamente con la divinità. Questo popolo aveva grandi cognizioni di astronomia», precisa, «pare addirittura che volassero e fossero arrivati sulla luna. Anche se poi non ne fecero niente». Quindi, da vero esperto della materia, passa oltre e indica un albero di Natale addobbato: «Questo è un totem rituale, propiziatorio, caricato di oggetti sacri. Veniva di solito costruito durante una grande festività nella quale si consumava un cibo propiziatorio chiamato “panatione” o “panattone”, non si sa». Il clou dell’esposizione è comunque la collezione di caffettiere. Il Custode ne è addirittura rapito. Sono oggetti «molto rari e anche sacri, tutti sacri». Li indica con orgoglio: «Ma… ammirate la bellezza e la varietà delle forme, quasi inimmaginabile in un popolo così antico». Alcuni esemplari sono di particolare pregio: «Questi addirittura antichissimi, pare del periodo “pre-decaffeinato”, legati a un culto di un misterioso e antico dio». La sua è «collezione unica al mondo», rivendica con legittima alterigia. Ammirato, il professor Lucertola si affida alla competenza del Custode. Sta cercando la sua vecchia scuola. Forse, da profondo conoscitore quale è, lui ha trovato qualche resto di quel «vetusto edificio»? Guccini annuisce, forte della propria sapienza: «“Scuola”, dice? Aspetti». Si curva per tirar fuori da sotto il tavolo un pezzo di lavagna con su scritti ancora avanzi di una lezione di matematica. Compiaciuto e compunto dichiara: «Ho trovato questa lastra graffita».