Questioni legali e di natura politica si intrecciano. Biden, nell'ultimo giorno della sua presidenza, aveva firmato per Fauci un "presidential pardon”, ovvero una grazia preventiva che copre retroattivamente gli atti compiuti dal 2014 al gennaio 2025. Ma il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul, presidente della commissione e protagonista di anni di battaglie frontali con il virologo, sostiene che proprio la grazia rende impossibile per Fauci avvalersi del Quinto Emendamento: se è già protetto dall'incriminazione federale, non ha più il diritto di tacere. Fauci ha respinto questa lettura, spiegando nella sua dichiarazione preparatoria che Paul ha una "evidente ossessione nell'ottenere la sua incriminazione" e che l'unico scopo della convocazione era indurlo a dire qualcosa che potesse giustificare "le sue ripetute dichiarazioni pubbliche secondo cui dovrei finire, per usare le sue parole, 'dietro le sbarre'". I democratici fanno scudo come possono e hanno ricordato che dichiarare un testimone in oltraggio per aver esercitato un diritto costituzionale crea un precedente pericoloso. Per mandare il caso a un gran giurì, attraverso il voto dell'Aula del Senato, servirebbero sessanta voti (i repubblicani sono cinquantatré) ma Paul ha annunciato l'intenzione di trasmettere la risoluzione direttamente al Dipartimento di Giustizia, aggirando il passaggio in Aula. Nel frattempo il senatore Ron Johnson ha reso noto di aver ottenuto dall'amministrazione Trump, attraverso il Dipartimento della Sanità guidato da Robert Kennedy Jr, i contenuti del telefono di Fauci e i suoi appunti personali recuperati dai server governativi. Appena quattro anni fa, in un’intervista all’Espresso, dichiarò: “Mi hanno fatto diventare il nemico pubblico numero uno della destra, ma non mi farò turbare”.