«Mi piaceva il suo carattere: burrascoso, irruento, ma allo stesso tempo tenero e profondamente umano, con tutte le sue fragilità. Tra tutti i grandi della nostra canzone, da De André a Dalla, era quello che più si tormentava con una domanda fondamentale: chi siamo? Cosa ci facciamo qui? Ha passato una vita a cercare un senso. Gli altri raccontavano il potere, l'amore, la società. Francesco cercava il significato dell’esistenza».

È un Guccini inedito quello che emerge dal racconto di Roberto Vecchioni, tra i protagonisti della canzone d’autore italiana più vicini in assoluto al grande artista, scomparso ieri all’età di 86 anni. Insieme il “Maestrone” e il “Professore” hanno condiviso un’epoca irripetibile della canzone d’autore italiana: «La cosa bella di quel mondo è che pur essendo autori leggermente più colti di altri, non ci somigliavamo affatto: eravamo tutti diversi. Con la scomparsa di Francesco, di quel mondo se ne va una parte importantissima». Vi siete mai trovati in disaccordo sulla musica o sulla visione del mondo? «Parlavamo poco di musica. Ci confrontavamo spesso sulla fede. Francesco era praticamente ateo e continuava a chiedersi: “Dov’è questa verità? Dov'è Dio?”. Io, invece, pur avendo impiegato molto tempo a diventare credente, quella fiducia l’avevo trovata». Com’era il Guccini privato? «Voleva sempre primeggiare. Aveva questo vezzo di voler fare tutto lui e stare al centro dell'attenzione. Ma sapeva anche ascoltare. Era un narratore straordinario: raccontava barzellette e faceva ridere fino alle lacrime. Quando ci ritrovavamo era una bolgia infernale, ma paradisiaca allo stesso tempo. Eravamo tutti pieni di difetti e di peccati, ma avevamo una gran voglia di stare insieme e di abbracciarci». In rete circola un filmato del 1977 in bianco e nero in cui lei, Guccini e Dalla cantate la canzone popolare milanese “Porta Romana bella” in un’osteria di Bologna. Se lo ricorda? «Eccome. Eravamo Da Vito, proprio sotto casa di Francesco. Erano gli anni in cui avevamo cominciato a frequentarci davvero. Sono immagini che raccontano un’epoca irripetibile, quelle». Jovanotti due anni fa disse: “Non mi convince la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. “Gloria” di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla “Locomotiva” di Guccini”. Guccini non la prese benissimo. Lei di che parere è? «No, non si possono mettere sullo stesso piano. “La locomotiva” ha tre o quattro livelli di lettura. È una poesia. “Gloria” ha un solo piano narrativo, magari bellissimo. Ma qui siamo davanti a qualcosa di diverso». Che rapporto avevate dal punto di vista artistico? «Se una canzone ci colpiva profondamente, ce lo facevamo sapere. Più di una volta partivo da Milano per andare a Pavana ad ascoltare una sua canzone appena scritta o per fargliene ascoltare qualcuna delle mie». Come lo convinse a tornare a cantare nel 2018, quando sette anni dopo il ritiro incideste insieme “Ti insegnerò a volare (Alex)”, dedicata a Zanardi? «Gli portai la registrazione del brano, lui la ascoltò due volte e poi mi disse: “Voglio cantarlo con te”. Solo che lui non si muoveva da Pavana. Così andammo noi da lui, montando uno studio di registrazione nella sua cucina». C’è qualcosa che non è stato ancora detto o scritto su Guccini, secondo lei? «Per tutti è “La locomotiva”, ma secondo me è riduttivo. Le sue canzoni ruotavano soprattutto attorno alla nostalgia, non alla lotta di classe. Non si è mai dichiarato comunista: era un romantico. Penso a “L'isola non trovata”, alle canzoni di “Via Paolo Fabbri 43”. Anche quando raccontava Amerigo o Bisanzio si avvertiva quella malinconia ottocentesca del poeta romantico, che sente il destino incombere e vede il tempo portargli via tutto».