Agosto 2021. Da quella data, in Afghanistan, per le donne cambiano molte cose. Sono tornati al potere i talebani. Niente più scuola secondaria, vietate molte professioni. E restrizioni arrivano anche nello sport: niente più squadra di calcio femminile. Per molte giocatrici inizia l’esilio tra Albania, Australia, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti, proseguendo gli allenamenti con la speranza di potersi riunire per una partita ufficiale.
Quel giorno è arrivato nell’agosto del 2026. Una selezione di 23 atlete si è recata in Nuova Zelanda per un ritiro e poi per disputare due partite amichevoli contro la rappresentativa delle Isole Cook. Poca roba, si dirà. Ma non è così, perché queste partite premiano lo sforzo e la tenacia di ragazze che, da richiedenti asilo in terra straniera, non hanno avuto vita facile. Oggi la nazionale si chiama Afghan Women United; a questa squadra la Fifa, apportando alcune deroghe ai regolamenti, ha concesso di poter giocare anche senza il benestare della Federazione afghana, controllata dai talebani. Il 29 aprile 2026 il Consiglio della Fifa si è attribuito la possibilità di iscrivere alle competizioni ufficiali le squadre nazionali se la Federazione del Paese d’origine è “impossibilitata a farlo”. Una svolta registrata anche da Amnesty International: “Le donne afghane sono state punite due volte: una volta dai talebani, che le hanno cacciate dalle loro case, e una seconda volta dagli organismi sportivi globali, che le hanno lasciate nel dimenticatoio”, ha dichiarato Steve Cockburn, responsabile per la giustizia economica e sociale di Amnesty.






