Prima del ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2021, la nazionale femminile di calcio era un simbolo per le donne.
Poi la messa al bando, il mancato riconoscimento da parte della Federcalcio afghana, la fuga per salvarsi la vita.
Lo scorso mese di maggio la Fifa ha riconosciuto la squadra delle rifugiate ed avviato una serie di iniziative per la selezione delle calciatrici attraverso tre camp, il primo dei quali si è tenuto a Sydney, in Australia - dove si sono rifugiate tante atlete - la settimana scorsa, sotto la guida dell'allenatrice Pauline Hamill. L'obiettivo è quello di formare una squadra di 23 giocatrici che parteciperà alle amichevoli approvate dalla Fifa alla fine di quest'anno, riportando così il calcio femminile afghano sulla scena internazionale anche se non in competizioni ufficiali. Dal 2018 le calciatrici afghane (una ottantina delle quali si è rifugiata in Australia) non disputano una partita ufficiale poiché la Federcalcio afghana non riconosce le squadre femminili, e la Fifa - in base alle sue regole - non può riconoscere ufficialmente le rifugiate come nazionale afghana, nonostante da più parti, Amnesty international in testa, si chieda un'eccezione per far partecipare una squadra di Kabul ai tornei internazionale ufficiali. Ma con la squadra in via di formazione a Sydney è la speranza a nascere "Essere una calciatrice mi ha dato la possibilità di essere qui. La mia vita è al sicuro - ha raccontato al sito Fifa Nilab, una delle calciatrici che ha partecipato alle selezioni di luglio - Ho molte opportunità. La mia voce è forte e il calcio aiuta me e le altre ragazze. Il calcio mi ha aiutato molto e mi ha fatto sentire libera in tutto. Il calcio ha qualcosa di speciale. Ci offre molte opportunità e sostegno".








