Alle prime note la mano di Fatima Haidari scatta sul cuore. Abbracciata alle compagne, canta l’inno fissando il tricolore nero, verde e rosso dell’Afghanistan. E inghiotte singhiozzi, lo sguardo offuscato dalle lacrime. L’ultima volta che aveva indossato la maglia della nazionale di calcio era quattro anni fa. Viveva a Herat con la famiglia, sognava guardando Messi in tv, si preparava all’università. Oggi quell’inno è stato cancellato, sostituito da un canto a cappella: gli strumenti musicali sono proibiti nella preistorica concezione dei talebani. La stessa che vieta alle donne di andare a scuola o a lavorare, figurarsi giocare a calcio. Eppure dall’esilio forzato Fatima e altre 24 ragazze hanno dribblato quella furia oscurantista, lasciando il regime talebano in un fuorigioco senza tempo. Hanno partecipato, in Marocco, alla “Unites Women Series”. Il torneo organizzato dalla Fifa ha fatto rinascere la nazionale afghana riunendo le giocatrici rifugiate in tutto il mondo: dall’Australia al Portogallo. «Rivederci dopo tanto tempo nello spogliatoio e scendere di nuovo in campo è stata un’emozione impossibile da descrivere. Ci siamo guardate negli occhi e abbiamo esclamato: “Ce l’abbiamo fatta”», racconta Fatima, capitana della Afghan Women United, come è ribattezzata la squadra. Ha sfidato altre nazionali (Ciad, Libia e Tunisia) dove il calcio femminile è osteggiato. Si tratta di un tassello fondamentale della strategia della Fifa per portare speranza e nuove opportunità attraverso il calcio e per dare la possibilità alle donne di mostrare il loro talento e la loro resilienza.
Fatima, capitana della nazionale afghana in esilio: “In campo lottiamo per la libertà delle donne”
Dal loro esilio forzato in fuga dai talebani, in 24 hanno partecipato al torneo organizzato dalla Fifa in Marocco







