L'appuntamentoChiede un'interpretazione meno rigida del divieto di trattamenti inumani e degradanti e più peso all'ordine pubblico rispetto alla tutela della vita familiare. Il progetto ha raccolto consensi sulla gestione dei flussi irregolari, ma incontra tre ostacoli. Il primo è giuridico: la Dichiarazione ha valore politico, non quello di un trattato, e non può vincolare la Corte. Per modificare la Cedu, gli Stati dovrebbero seguire le procedure previste. Il secondo riguarda il bilanciamento tra ordine pubblico e vita familiare.La Dichiarazione vorrebbe far prevalere sistematicamente il primo, ma è improbabile che Strasburgo rinneghi la propria giurisprudenza e accetti che la tutela familiare sia sacrificata ogni volta che uno Stato lo richiede. Il terzo ostacolo è ancora più netto: non si può aggirare il divieto di espellere una persona verso un paese in cui rischi torture o trattamenti inumani e degradanti, perché si tratta di norme imperative del diritto internazionale.Che cosa resta, dunque, della Dichiarazione di Chisinau? Resta l'intesa politica diretta a legittimare centri per il rimpatrio fuori dall'Unione, come quelli realizzati dall'Italia in Albania. Ma il precedente dell'accordo tra Regno Unito e Ruanda, bocciato dalla Corte suprema britannica, mostra che anche questa strada può essere fermata dai giudici. Resta soprattutto il valore politico della Dichiarazione, enfatizzato a fini elettorali. Mettere le briglie alla Corte di Strasburgo, senza modificare i trattati, resta un'illusione.