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"È un risultato importante, frutto di un percorso che l’Italia ha contribuito ad aprire con coraggio e determinazione". Con queste parole Giorgia Meloni ha salutato la dichiarazione di Chisinau, un documento in 58 punti concordato dai ministri degli Esteri del Consiglio d'Europa – un'organizzazione separata dall'Unione europea, con 46 Stati membri, e a cui fa riferimento la Corte europea dei diritti dell'uomo.

Il testo è stato duramente criticato da diverse organizzazioni che si occupano di diritti umani, perché tra le altre cose aprirebbe la strada a una interpretazione più ‘morbida' del divieto di torture e trattamenti inumane. La dichiarazione non è un documento vincolante, ma è un segnale politico significativo. Soprattutto perché si accompagna al nuovo Patto di asilo e migrazione che l'Unione europea sta per attivare, e arriva a un anno di distanza da una lettera in cui l'Italia, tra altri Paesi, aveva attaccato la Corte europea dei diritti umani perché ostacolava il rimpatrio di migranti. Il sostegno ai centri migranti in Albania La dichiarazione si apre con le dovute premesse formali per quanto riguarda i "diritti e le libertà" che vengono garantiti dalla Convenzione europea sui diritti umani. Subito dopo, però, si legge che oggi ci sono delle "sfide significative e complesse legate alle migrazioni" che erano "impreviste nel momento in cui la Convenzione fu scritta". E che, se le. carte sui diritti umani non tengono il passo, si rischia di "indebolire la fiducia del pubblico" nei confronti di questi documenti. È l'eco di quanto sosteneva l'Italia, insieme ad altri Paesi, un anno fa quando criticò la Corte europea dei diritti umani.