Fino a poco tempo fa uno dei passatempi preferiti di Donald Trump era denunciare le interferenze straniere nelle elezioni americane. Su questa storia ha costruito campagne elettorali e comizi, e una parte consistente della sua carriera politica. Con insolito spirito democratico e senso delle istituzioni si prodigava in lunghi interventi in cui denunciava la vulnerabilità del voto, dicendo che è soggetto a complotti, manipolazioni e governi ostili. Nel 2018 fu proprio lui a firmare un ordine esecutivo che obbligava le agenzie d’intelligence a valutare pubblicamente, dopo ogni elezione federale, se potenze straniere avessero tentato di alterarne l’esito. Eppure, da quando è tornato alla Casa Bianca, rema nella direzione opposta, facendo di tutto per smantellare quel sistema. I report d’intelligence vengono ritardati o bloccati, gli uffici specializzati vengono ridimensionati, ogni valutazione e ogni racconto viene edulcorato o alterato per adeguarsi alla versione dei fatti raccontata dal presidente.
Da oltre un anno, Trump sta progressivamente trasformando l’intelligence degli Stati Uniti da organismo indipendente chiamato a produrre conoscenza a strumento della propria battaglia politica. «Trump sta chiaramente cercando di distorcere informazioni classificate dell’intelligence per manipolare gli elettori americani», scrive David D. Kirkpatrick in un lungo saggio pubblicato sul New Yorker. È molto peggio di una semplice ossessione personale. Le interferenze straniere sono diventate il linguaggio attraverso cui Trump continua a mettere in discussione la legittimità della propria sconfitta nel 2020. Ogni riferimento alla Cina, alla Russia o ai presunti complotti elettorali riconduce sempre allo stesso punto: dimostrare che la vittoria di Joe Biden non fu davvero una vittoria. È per questo che il tema ritorna continuamente.







