di
Danilo Taino
Dalla manifattura all'inflazione fino al deficit commerciale: un anno dopo le tariffe volute dal presidente Usa, i dati mostrano che hanno prodotto pochi benefici e costi elevati soprattutto per l'economia americana
Pensavamo che Donald Trump fosse incoerente. Niente affatto: sull’amore per i dazi non arretra di un passo. Nonostante che i giudici americani abbiano stabilito che le tariffe sulle importazioni annunciate durante il famoso Liberation Day di inizio aprile 2025 sono illegali, il presidente americano non ha nemmeno preso in considerazione l’idea di frenare. La Corte Suprema americana ha fatto cadere il suo muro di dazi? Ne sta costruendo un secondo. Anche questo articolato e formalmente motivato da diverse ragioni ma ancora su una strada che ha già portato a risultati piuttosto fallimentari. D’altra parte, è caratteristica dei «testardi coerenti» ripetere la cosa che non ha funzionato aspettandosi un risultato diverso. Quella delle tariffe di Washington è una lezione sul campo per il mondo, anche per noi europei: fanno molto più male che bene.
Tempo di bilanciCome di fronte al primo barrage di dazi un anno fa, i Paesi colpiti, Ue in testa, devono decidere come rispondere. Ciò che è interessante ora, però, è vedere quali risultati hanno portato alle imprese e ai consumatori americani le tariffe all’import imposte un anno fa. Trump e i suoi consiglieri, in primis il suo consulente senior per il commercio Peter Navarro, sostenevano e sostengono che il deficit commerciale americano, segnatamente quello sulle merci, è un problema enorme, creato dall’avidità di Paesi che approfittano della capacità di spesa degli americani per esportare a più non posso senza reciprocare. Con il risultato che l’industria americana si è ristretta e un gran numero di buoni posti di lavoro in fabbrica sono andati persi (sei milioni in meno dall’inizio del secolo, in realtà a fronte di milioni di nuovi occupati nei servizi nello stesso periodo).








