La politica, si sa, è permanentemente a caccia di colpevoli, i media non scherzano, ma stavolta potrebbe essere l’occasione giusta per uno scatto autocritico da parte dei giornalisti, addirittura come categoria, se riuscissero a dire tutti assieme: nel caso Tortora sbagliammo e sbagliammo molto. L’occasione è offerta dalla istituzione della Giornata nazionale per le vittime di errori giudiziari intitolata ad Enzo Tortora, appena approvata col voto favorevole dei parlamentari di maggioranza e l’astensione di parte prevalente delle opposizioni, che trovano sempre “buone” ragioni per non votare assieme al governo piccoli e grandi provvedimenti che sarebbero in grado di condividere. Certo, stiamo parlando di una giornata che in futuro dovrà essere gestita in modo consapevole, senza cedere alla solita tentazione di stagione, quella di strumentalizzare, di cavalcare questo o quell’errore giudiziario per campagne di delegittazione delle istituzioni.
Ma anche una occasione da non sprecare per una categoria quella dei giornalisti, che contribuì alla tristissima pagina di malagiustizia della quale restò vittima un cittadino di nome Enzo Tortora. Allora ci fu qualche giornalista che si dissociò ma gran parte delle testate rilanciarono le veline della Procura di Napoli. Si segnalarono, in negativo quasi tutti i giornali di allora. Il Messaggero attribuì in prima pagina a Tortora un’ammissione mai fatta: "Vidi Turatello". Su La Stampa si fece dire ad un assassino come Barra: "Portatelo di fronte a me: saprò io cosa dirgli". Il Corriere della sera lo descrisse come "incline a un’affettazione non lontana dall’effeminatezza". Camilla Cederna scrisse: "Mi innervosiva il pappagallo che non parlava mai e lui che parlava troppo. Il successo ottenuto così, si paga". La Repubblica: "Lo spaccio operato da Tortora non consisteva certo in stecchette o bustine, ma in partite di 80 milioni a botta".












