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Ultimo aggiornamento: 7:03

Leonardo Sciascia scrisse che il castello accusatorio a carico di Enzo Tortora era destinato a sgretolarsi come un castello di sabbia. Lo scrisse in uno dei momenti più bui della magistratura italiana. Quello che tutti ricordano come il simbolo dell’errore giudiziario più clamoroso del nostro tempo. Sciascia sentiva il dovere, come intellettuale e come cittadino, di difendere pubblicamente Tortora dall’ingiustizia che stava subendo per opera di magistrati che stavano sbagliando ma che non lo avrebbero mai ammesso. Erano emerse fin da subito le incongruenze negli elementi raccolti a suo carico, le menzogne di pentiti interessati, l’opportunismo che si celava dietro certe accuse.

Sciascia era amico di Tortora e su di lui non aveva dubbi. Riteneva doveroso prendere le sue difese ma anche difendere il principio di giustizia. Insieme a lui pochi coraggiosi intellettuali e colleghi alzarono la voce, mentre altri si unirono alla gogna mediatica.

Il caso Tortora torna alla mente ogni volta che un processo si trasforma in uno spettacolo. Dove una indagine entra in tv e viene sezionata nei talk show. Dove le fughe di notizie diventano prassi e il segreto di indagine viene sacrificato in favore della cronaca. Oggi Garlasco, ieri Avetrana, domani un’ennesima tragedia che verrà data in pasto ai programmi televisivi.