Il caso Tortora, lo ribadisco ancora una volta (e sono trascorsi ormai più di quarant’anni da quando Enzo subì la mortificazione più grave che potesse capitargli, l’arresto per l’infamante accusa di essere un sodale della camorra invece che il giornalista bravo e competente che l’Italia conosceva, e il cittadino onesto e probo che tutti sapevamo), è stato un orrore giudiziario. E come tale, la vicenda da cui è stato travolto è stata consegnata alla Storia del Paese: alla peggiore Storia giudiziaria, umana e civile italiana.
Respingo con fermezza, dunque, la narrazione (oggi si chiama talvolta così per nascondere la verità e sdoganare una falsità) che tende a prevalere, in alcune trasmissioni televisive, in cui passa in secondo piano, per non dire che viene ignorata, la credibilità e l’attendibilità della testimonianza di chi quei momenti ha vissuto direttamente e sulla propria pelle. Ciò, a vantaggio di ricostruzioni quasi misericordiose, buoniste, in sintonia con la nota locuzione “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoci ’o passato”) in relazione alle gravissime responsabilità addebitabili, sul piano della condotta deontologica, morale e professionale, a chi la vicenda Tortora ha dato vita e, successivamente, ha avviato e vagliato giudiziariamente fino al primo grado.








