Il 24 febbraio 2022 trentaquattro elicotteri russi decollarono dalla Belarus diretti verso l’aeroporto di Hostomel, alle porte di Kyjiv. Era una delle operazioni più ambiziose dell’invasione su vasta scala comandata da Vladimir Putin: avrebbe dovuto conquistare lo scalo con un assalto aereo, far atterrare i grandi aerei da trasporto Il-76 e aprire un ponte aereo per accelerare la presa della capitale ucraina. L’attacco riuscì solo a metà. I paracadutisti russi conquistarono l’aeroporto, ma le difese ucraine abbatterono diversi elicotteri e impedirono ai rinforzi di arrivare. Nel giro di poche ore quello che avrebbe dovuto essere il simbolo della guerra lampo di Mosca si trasformò in uno dei primi segnali del suo fallimento. Secondo il think tank britannico Rusi, circa il diciassette per cento degli elicotteri impiegati nell’operazione andò perduto, soprattutto a causa dei missili antiaerei a spalla (Manpads).
A oltre quattro anni di distanza, la battaglia di Hostomel rimane l’ultimo grande tentativo di impiegare gli elicotteri secondo la vecchia dottrina della Guerra Fredda. Dall’americano AH-64 Apache ai sovietici Mi-24, Mi-28 e Ka-52, questi velivoli erano stati progettati per avvicinarsi al bersaglio per dare la caccia a mezzi corazzati o postazioni nemiche, e allontanarsi prima della reazione avversaria. La guerra in Ucraina ha dimostrato che non ci sono più le condizioni per far funzionare questo schema. «L’esperienza dell’Ucraina ha mostrato i limiti della vecchia dottrina, secondo cui corazza, bassa quota e sistemi di protezione di bordo avrebbero consentito agli elicotteri di operare direttamente sopra la linea del fronte», scrive il sito specializzato ucraino Oboronka. «Il carro armato volante non è diventato inutile, ma ha perso gran parte della sua libertà d’azione».







