ROMA – Il saggio di Spartaco Paris, “Amiamo l’architettura. Sul destino incerto di un’arte civica – edizioni Laterza – è un atto d'amore e un appello per le nostre città. L'autore denuncia un'architettura che perde l'anima per moda, denaro e desiderio di visibilità: palazzi-scultura pensati per copertine e social più che per chi dovrà abitarli. L'archistar spesso finisce per oscurare l'opera stessa, mentre la vera architettura non dovrebbe gridare il nome del progettista, ma sussurrare un invito a restare, incontrarsi, fare comunità.
Un buon edificio deve essere sincero e utile, senza maschere. C’è nell’invito di Sparcato Paris un richiamo al Neorealismo italiano. De Sica, Rossellini e Visconti abbandonarono gli studi cinematografici per filmare la strada, i volti veri, le macerie, senza effetti artificiali. Godard sintetizzò l'idea affermando che il Cinema è verità colta fotogramma dopo fotogramma: così, per Paris, un buon edificio deve essere sincero e utile, senza maschere estetiche. I palazzi-spettacolo somigliano invece ai blockbuster: colpiscono lo sguardo, ma lasciano vuoto e solitudine, come osservava Miyazaki a proposito dell'abuso di effetti speciali.
La solitudine moderna e il bisogno di piazze vere. Paris parla di una "crisi del legame sociale": una solitudine esistenziale, non solo spaziale. Il critico André Bazin sosteneva che l'obiettivo fotografico rivela il reale, spogliandolo delle ipocrisie: l'architettura dovrebbe fare lo stesso, eliminando il superfluo per restituire lo scheletro semplice della convivenza — marciapiedi larghi, alberi, panchine libere.








