Cava Manara. Vivere ogni giorno con un ticchettio nella testa. Non quello del tempo che scorre, ma il conto alla rovescia di una bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro. È la condanna di chi ha lavorato a contatto con l’amianto e sa che per almeno quarant’anni dall’inalazione è esposto al rischio che gli venga diagnosticato un mesotelioma pleurico. Per Silvio Rizzoli, di Cava Manara, è stato così. Dal 1977 ha lavorato all’Officina ferroviaria grandi riparazioni di Voghera. Si occupava di smantellare le vecchie littorine, i leggeri treni a motore, dove l’amianto era presente nell’impianto di riscaldamento. Poi nel 2001 gli è stato concesso il prepensionamento, proprio per aver lavorato tanti anni esposto al materiale tossico. Ventidue anni dopo, è arrivata la diagnosi di mesotelioma. Rizzoli è morto lo scorso 31 luglio a 74 anni. Il figlio, Matteo Gabriele, lo ricorda come «un grande uomo e un grande padre». Poi si sfoga: «Non è possibile che nel 2026 si muoia ancora di amianto». Rizzoli, avete scoperto del tumore il 31 marzo 2023. Prima di quel giorno, suo padre aveva paura? «Diciamo che se hai lavorato per tutti quegli anni a contatto con l’amianto, sai che sei esposto al rischio. Però la diagnosi è avvenuta per caso, nessuno di noi se lo aspettava in quel momento». Come è avvenuta? «Papà era caduto mentre scendeva i gradini di un bar. Dopo qualche esame, capiamo che serviva operarlo a una gamba. Gli fanno una tac full body prima dell’intervento e notano un versamento di due litri in una pleura. Da lì è iniziato il calvario, anche se mi viene difficile definirlo tale. Lui era uno spirito forte e per questo ha resistito a lungo, per quasi tre anni e mezzo dalla diagnosi. Gli esperti mi hanno detto che di solito si muore nel giro di un anno e mezzo. Un enorme grazie va anche ai professionisti del San Matteo e della fondazione Sartori». Suo padre le ha mai parlato di misure di sicurezza sul lavoro all’epoca? «Sì, indossavano delle mascherine. Ma per il resto non mi risulta ci fossero grandi precauzioni, anche perché l’allarme sull’amianto è scoppiato anni dopo rispetto alla sua assunzione. Eppure certe cose che mi raccontava, con il senno di poi, mi fanno pensare». A cosa si riferisce? «Al fatto che gli operai che lavoravano alle littorine, quindi a contatto con l’amianto, venivano in qualche modo isolati. I loro spogliatoi erano separati da quelli degli altri dipendenti. Inoltre mio padre e i suoi colleghi avevano la visita medica una volta ogni sei mesi, mentre i ferroviari una volta all’anno. Potrebbero essere un caso, ma se non si conoscevano i rischi del mestiere perché esistevano queste distinzioni?». E quando scoppiò l’allarme, cambiò qualcosa? «Per ironia della sorte, mio padre era anche un sindacalista e fin dall’inizio portò avanti la battaglia contro la presenza di amianto nelle carrozze ferroviarie. All’epoca in Italia c’erano quattro officine Ogr: Voghera, Torino, Firenze e Napoli. Papà andò a Roma e partecipò a un incontro con i delegati delle altre officine per decidere che fare. Alla fine venne terzializzata la ditta di Napoli, quindi il carico di lavoro per le altre tre aumentò». Per questa vicenda avete già vinto un processo. «Sì, siamo andati in causa civile contro Ferrovie e nel 2024 ci è stato riconosciuto un risarcimento. Non era comunque una questione di soldi, ma di giustizia». Cosa le ha lasciato suo padre? «È stato un grande uomo, lavoratore e padre. Per anni è stato anche volontario della Croce Verde. A Cava Manara tutti me ne parlano benissimo. Ora aspettiamo il “benestare” della procura per poter avere una data per il suo funerale».
Un’altra vittima dell’amianto a Cava Manara: per 24 anni lavorò in ferrovia
Silvio Rizzoli è morto a 74 anni di mesotelioma pleurico. Fu operaio dell’officina ferroviaria di Voghera. Il figlio: «Ha lottato a lungo»







