Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri un disegno di legge per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale, e che il Parlamento potrebbe convertire in legge entro la fine della legislatura. Il provvedimento segna una transizione strutturale della Difesa italiana verso il dominio cibernetico e il contrasto alle minacce ibride, intervenendo su governance operativa, capitale umano specialistico e strumenti di finanziamento industriale. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

Da qualche anno la Nato parla apertamente di “guerra cognitiva” come di un dominio operativo a sé, distinto ma intrecciato con quello cibernetico e con quello informativo. Non è un’etichetta accademica: è il riconoscimento che la mente umana, individuale e collettiva, è diventata un obiettivo militare a tutti gli effetti, tanto quanto un ponte, una centrale elettrica o un sistema d’arma. L’Innovation Hub dell’Allied Command Transformation, che dal 2020 ha condotto il lavoro concettuale più organico sul tema, definisce la guerra cognitiva come l’insieme delle attività condotte in sinergia con altri strumenti di potere per alterare, danneggiare o sfruttare il modo in cui una popolazione o un decisore pensa, decide e agisce, senza necessariamente ricorrere alla forza cinetica. È una guerra che si combatte sotto la soglia del conflitto armato, spesso senza che l’aggredito se ne accorga, e che ha come terreno di battaglia la fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale, la capacità collettiva di distinguere il vero dal falso.