Israele non si ritirerà da Gaza. Dopo sei giorni di silenzio, Benjamin Netanyahu esce allo scoperto e respinge il piano per il disarmo della milizia approvato la scorsa settimana da Hamas e dai mediatori durante i colloqui in Egitto. Il primo ministro israeliano chiarisce che non ci sarà alcun arretramento dalle attuali posizioni dell’esercito finché il gruppo palestinese non sarà “completamente disarmato”.
È l’esito che molti si aspettavano. Sicuramente se lo attendevano i mediatori, tra cui gli stessi Stati Uniti. Il 3 agosto Nikolay Mladenov, il direttore generale e alto rappresentante del Board of Peace - l’organismo internazionale voluto e guidato dal presidente americano Donald Trump per seguire l’attuazione del piano di ricostruzione per Gaza - era arrivato a Gerusalemme per convincere Netanyahu ad aderire all’intesa. Il piano prevedeva l’avvio del disarmo di Hamas e un ritiro graduale delle forze israeliane verso la linea gialla originaria, la linea di demarcazione stabilita con il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, che separava le aree della Striscia controllate dall’esercito israeliano (a est) dalle restanti aree, molte di queste ancora sotto il controllo di Hamas (a ovest). Ma il premier israeliano ha imposto la sua condizione: prima il disarmo completo dell'organizzazione terroristica, poi il ritiro israeliano.













