L'idea diffusa è che l'Artico sia una terra di nessuno, dove lo sviluppo economico avanza senza controllo. Eppure, la regione possiede già un quadro di norme pensato per governare questa trasformazione. Il problema è la distanza fra quelle regole e un’economia che si muove più in fretta della politica.
Il punto di partenza è la Convenzione ONU sul diritto del mare. L’UNCLOS obbliga gli Stati a proteggere l’ambiente marino e a cooperare contro l’inquinamento. Per le acque coperte dai ghiacci, uno specifico articolo riconosce agli Stati costieri un potere ulteriore: nella propria zona economica esclusiva possono fissare standard più severi nelle zone dove il ghiaccio e le condizioni climatiche rendono la navigazione pericolosa. Una clausola che riconosce all'Artico una condizione particolare all'interno del diritto internazionale.
A tradurre questo principio in regole operative è il Polar Code dell’Organizzazione marittima internazionale, entrato in vigore nel 2017. Il Codice impone che ogni viaggio sia pianificato in base alle capacità della nave e alle condizioni del ghiaccio, con equipaggi addestrati e procedure specifiche per le emergenze. Definisce così standard pensati per le acque polari, dove l’isolamento e la distanza dai soccorsi rendono più gravi le conseguenze di ogni incidente.






