Giù le mani dall'Artico: continuare a sfruttarne le risorse di idrocarburi avrebbe gravissime conseguenze non solo per il clima, ma anche per gli ecosistemi e le popolazioni indigene che lo abitano. È questo in sostanza l'appello di un team di ricerca italiano, coordinato da Daniele Codato dell'Università di Padova, contenuto in uno studio appena pubblicato sulla rivista Plos One, che ha fornito infatti il primo atlante geografico completo delle infrastrutture petrolifere e del gas nell'Artico, evidenziandone le sovrapposizioni con aree ecologicamente sensibili e territori indigeni e avvalorando così le recenti richieste della comunità scientifica di lasciare i combustibili fossili lì dove sono, nel sottosuolo.
L'Artico, tra ecosistemi e comunità indigene
Con l'aumento delle temperature globali dovuto alle emissioni di carbonio derivanti dai combustibili fossili, ricordano gli autori del nuovo studio, si stima che circa il 60% delle riserve di petrolio e gas, in quello che in gergo tecnico viene definito "unburnable carbon” (carbonio non combustibile), debba rimanere inutilizzato, nel sottosuolo, per riuscire a raggiungere gli obiettivi climatici internazionali. Tuttavia, l'Artico, che si sta riscaldando quasi 4 volte più velocemente della media globale, è in prima linea sia per gli impatti dei cambiamenti climatici sia per lo sviluppo delle attività estrattive di petrolio e del gas, che comportano però gravi rischi per la sua biodiversità e per le comunità indigene. Ridurre gli impatti richiede, quindi, una valutazione approfondita di questi fattori e della loro relazione con le comunità umane e animali locali, nonché con gli ecosistemi. “Nell'Artico, le informazioni su petrolio e gas sono molto frammentate, quindi uno dei nostri obiettivi principali era quello di sistematizzare queste fonti sparse in un unico strumento aperto che possa supportare la ricerca futura e i processi decisionali”, hanno commentato gli autori.






