Guardie Rosse con il libretto rosso durante la Grande Rivoluzione Culturale - Archivio/A3/Contrasto

5 agosto 1966: sui muri delle principali città cinesi appare un dazibao destinato a entrare nella storia; il titolo è un ordine: “Bombardare il quartier generale”. Con il linguaggio insieme poetico e militare, evocativo e perentorio che caratterizza la sua retorica, Mao Zedong chiama il popolo all'attacco contro i vertici del suo stesso partito, accusati di aver imboccato la "via capitalista". È l'atto destinato a imprimere un'accelerazione decisiva alla Rivoluzione culturale, che per un decennio sconvolgerà la società cinese.

Milioni di persone sono coinvolte nelle purghe, nelle persecuzioni e nelle violenze che accompagnano il tentativo di rifondare la rivoluzione socialista, mentre folle di giovanissimi militanti agitano il libretto rosso contro dirigenti del partito, insegnanti, intellettuali e chiunque sia ritenuto portatore di idee "borghesi" o "controrivoluzionarie”. Un periodo che coincide anche con l'ultima stagione politica del Grande Timoniere, che morirà a Pechino il 9 settembre 1976.

“All’interno di quello che in Cina è tuttora considerato il cosiddetto ‘decennio del caos’ si possono distinguere fasi molto diverse”, spiega a Il Bo Live Guido Samarani, tra i maggiori studiosi italiani della Cina contemporanea. “La prima, dal 1966 al 1969, è quella della mobilitazione rivoluzionaria più radicale, con il protagonismo delle Guardie Rosse e delle masse, mentre dal 1969 è lo stesso Mao a comprendere che la situazione rischia di sfuggire di mano: interviene dunque l'esercito e il partito riprende progressivamente il controllo e la fase apertamente rivoluzionaria lascia il posto a un lento ritorno dell'ordine”.