A ogni pianoforte il proprio tasto dolente. Com’è il detto? Ah, sì: chiamare le cose con il loro nome. E dunque l’ossequio per qualsivoglia forestiero novello trapiantato in città, per lavoro o per amore, al primo passo mosso nella pancia del Dragone è quello di dire di aver fatto una capatina al Macrolotto zero. Non a "Chinatown". Guai, altrimenti il pratese si scoccia. Comprensibile, il triangolo tra via Pistoiese, Filzi e Bonicoli sanguina. Per criminalità, degrado, spaccio, inquinamento.

"Prato catalizza e anticipa il futuro", la chiaroveggenza dei disillusi, residenti barricaderi e imprenditori a cui è sfuggita da sotto i piedi la tavola da surf della globalizzazione. L’onda, da tempo, è cavalcata dai cinesi che comprano, si radicano, si moltiplicano, trasformano il distretto del tessile.

Il punto non è la difesa d’ufficio dell’"italianità", ma la mancata osmosi di culture del Sollevante che non arricchiscono la vita di tutti i giorni. Ma la impoveriscono per l’integrazione che non c’è. Come se si fosse cristallizzato un enclave a sé, com’è il Macrolotto zero, e il resto del mondo: due satelliti che orbitano attorno allo stesso pianeta, Prato. Via Pistoiese suscita un senso di smarrimento in chi l’affronta per la prima volta con tanti cinesi vestiti all’occidentale e una sola donna in qipao, l’abito tradizionale cinese. Sarà per l’effetto moltiplicatore della parata di street food, la barriera linguistica a monte che impedisce l’orientamento a valle in chi legge cartelli e insegne. Sarà per il "muro del pianto" di rifiuti nauseabondi accatastati lungo i marciapiedi, per i materassi ingialliti en plein air, o per il filotto di vetrine spaccate e mai riparate. Come a dire: "Tanto è inutile, qui la criminalità ha preso la residenza da trent’anni". Altrimenti l’ennesima rapina - stavolta per una collana d’oro - nel tunnel tra via Pistoiese e via Filzi non assume sostanza.