Viaggio tra chi vive e lavora in questa zona di confine: "Non siamo sorpresi, serviva un morto per capirlo"
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
La stazione Certosa è da anni un buco nero. Pendolari, ferrovieri e residenti lo sanno benissimo. Di sera diventa mercato di droga, arena di risse, luogo di spaccio e agguati. "Ma guai a dirlo troppo chiaramente: scatta l'accusa di razzismo, di fascismo, di mancanza di umanità. Meglio aspettare il prossimo morto" ci tiene a dire Arnaldo, 59 anni, operaio specializzato "ma anche uomo colto" come sottolinea, e residente in via Palizzi che da via Mambretti e dal binario 6 della stazione dista un soffio. È lì, accanto a dove passano i treni, che martedì sera Gianluca Ibarra Silvera - 22 anni, nato a Milano da genitori ecuadoriani ora separati -, mentre prendeva il treno per tornare a casa dalla madre a Segrate insieme al fratello minore Gianfranco e a un loro amico, è stato circondato da nove coetanei sudamericani che lo hanno pestato, accoltellato più volte e finito con i cocci di bottiglia dopo che lui era inciampato e caduto. La ferita mortale alla gamba gli ha reciso l'arteria femorale. È morto la stessa notte dissanguato, incosciente, al Fatebenefratelli.Il padre del ragazzo abita proprio sotto la stazione, in vicolo Mapelli, insieme alla compagna, in un appartamentino. Gianluca lavorava come allestitore di stand alle fiere, montando e smontando strutture fino a notte fonda e per questo "aveva la schiena a pezzi" ci ha detto ieri il padre tra le lacrime. Martedì, poco dopo le 22.30, sul binario 6 della stazione di Milano Certosa, la sua vita è finita in un lago di sangue.Non è stata una rissa. È stata, mormora ancora il papà mentre si tiene la testa tra le mani, "un'aggressione vigliacca", "un'esecuzione brutale".Il fratello, ferito lievemente, ha detto agli investigatori: "Non li conosciamo". Ma gli inquirenti non ci credono davvero. Uno degli aggressori avrebbe gridato "Siamo i Latin King". Il padre di Gianluca, arrivato davanti alla stazione, ha raccontato di aver riconosciuto uno di loro dai tatuaggi: "È un capo della MS13", una delle gang più violente al mondo. Secondo lui il movente è il controllo del territorio: "Questo è il loro territorio". Ha aggiunto, in un pianto rabbioso: "Vorrei che li prendessero quei bastardi. La polizia deve trovarli, è morto mio figlio"."Questa non è solo cronaca di nera. È la cartina tornasole di un declino. Il multiculturalismo senza regole, senza confini, senza pretese di assimilazione, ha generato mostri. Ha creato generazioni sospese tra due culture, fedeli a nessuna, violente per principio. Milano paga il conto: morti ammazzati sui binari, piazze trasformate in bazar del degrado" precisa ancora Arnaldo.La zona Certosa-Vialba-Quarto Oggiaro è diventata un laboratorio del fallimento. Qui, solo pochi mesi fa, gli studenti esasperati hanno denunciato aggressioni quotidiane da parte di baby gang, spesso su due ruote, con accerchiamenti, botte e motorini usati come armi. La risposta di alcuni residenti è stata l'organizzazione di ronde punitive, segno estremo di uno Stato assente. La stazione stessa è teatro ricorrente di rapine brutali: ragazzi rincorsi, picchiati e derubati di collane d'oro nel sottopasso, aggressori che scappano ridendo tra i binari.






