“L'attentato contro i due ricercatori dell'INGV è un atto gravissimo”. A parlare è Ciriaco Goddi, astrofisico originario di Orune, un Comune a una dozzina di chilometri di distanza dal sito che è stato scelto per ospitare il nuovo telescopio gravitazionale europeo, e professore all’Università di Cagliari. E’ anche tra gli scienziati che hanno contribuito alla prima storica immagine di un buco nero. Ora il suo timore – e non solo il suo – è che l'ostilità al progetto emersa con questi atti violenti possa mettere a rischio il ruolo dell'Italia nel progetto europeo Einstein Telescope. Le parole dello scienziato arrivano pochi giorni dopo il grave atto avvenuto a Lula (Nuoro) ai danni di due ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Le loro auto sono state bruciate, mentre i due ricercatori erano impegnati nelle attività preliminari per la candidatura della Sardegna a ospitare l'Einstein Telescope (ET), l'infrastruttura di ricerca europea per la rilevazione delle onde gravitazionali. Il progetto, nonostante un ampio consenso da parte delle autorità e delle comunità locali e della Regione Sardegna, non è ben visto, da una parte dell'opinione pubblica sarda. Gli oppositori considerano la realizzazione del progetto come un tentativo di "colonizzazione territoriale e scientifica": l'imponente opera sotterranea, secondo i detrattori, porterebbe servitù ambientali, consumo di suolo e un massiccio afflusso di scienziati ed enti esterni senza un reale coinvolgimento delle popolazioni locali o benefici diretti per l'economia dell'isola.Professor Goddi, come interpreta questa ostilità che arriva alla violenza vera e propria? "Chiunque abbia dubbi o critiche sull'Einstein Telescope ha tutto il diritto di esprimerli. Ma intimidire persone che stanno semplicemente svolgendo il proprio lavoro è qualcosa che non appartiene alla cultura del dialogo e non rende un servizio alla Sardegna. E lo dico conoscendo bene le ragioni per cui una parte dei sardi guarda con diffidenza ai grandi progetti”.Quali sono queste ragioni?“La Sardegna ha una storia fatta anche di decisioni prese altrove, di promesse non mantenute e di servitù imposte. È quindi giusto pretendere trasparenza, chiedere che il territorio sia ascoltato e soprattutto che le ricadute siano concrete e misurabili. Questo dibattito è legittimo, anzi necessario. Quello che non condivido è il passaggio successivo: considerare Einstein Telescope, per definizione, un progetto di colonizzazione”. Questa è una delle accuse mosse dagli oppositori: una grande infrastruttura internazionale costruita in Sardegna, ma destinata soprattutto a scienziati provenienti da fuori. Che cosa risponde?“La ricerca funziona esattamente così. Io sono un ricercatore sardo. Come me ce ne sono tanti. Lavorano all'INFN, all'INAF, nelle Università di Cagliari e Sassari, al CNR e anche all'INGV. Molti altri lavorano nei più importanti centri di ricerca del mondo e molti ricercatori sardi sono già coinvolti, a diversi livelli, nello sviluppo di Einstein Telescope. Non sono spettatori”.L’ET, comunque, porterà inevitabilmente in Sardegna molti ricercatori stranieri: non è così?“Certamente, e sarebbe un bene. La scienza moderna è internazionale per definizione. I migliori laboratori del mondo mettono insieme competenze provenienti da ogni parte del Pianeta. Anch'io lavoro da anni in collaborazioni internazionali e non mi sono mai sentito ‘ospite’ nel lavoro degli altri. Mi sono sempre sentito parte di una comunità scientifica che condivide conoscenze, responsabilità e obiettivi”.Lei ha lavorato anche ad ALMA, nel deserto di Atacama, in Cile: che cosa può insegnare quell'esperienza alla Sardegna?“ALMA è il più grande osservatorio astronomico alle lunghezze d'onda millimetriche mai costruito. Sorge a oltre 5 mila metri di quota, in uno dei luoghi più remoti del Pianeta. Una collaborazione internazionale ha contribuito a trasformare quel territorio in un punto di riferimento mondiale per l'astronomia. Sono cresciuti centri di ricerca, competenze tecnologiche e opportunità per studenti e ricercatori cileni. Il Cile non ha perso la propria identità aprendosi alla comunità scientifica internazionale. Ne è uscito rafforzato”. Lei conosce, però, anche un'esperienza di segno opposto: di che cosa si tratta?"Da alcuni anni lavoro allo sviluppo di LLAMA, un importante radiotelescopio internazionale nella provincia di Salta, in Argentina. Per ragioni politiche e per scelte del governo centrale il progetto è rimasto sostanzialmente bloccato dopo importanti investimenti iniziali. Non è solo un problema per gli astronomi: un territorio periferico rischia di perdere un'opportunità straordinaria di crescita scientifica, tecnologica ed economica. Le grandi occasioni non necessariamente tornano una seconda volta”.Qual è, allora, la domanda che la Sardegna dovrebbe porsi sull'Einstein Telescope?“Non se arriveranno ricercatori stranieri. È ovvio che arriveranno, come accade in qualsiasi grande laboratorio internazionale. La domanda è se vogliamo continuare a esportare i nostri giovani migliori, costringendoli ad andare altrove per formarsi, specializzarsi e fare ricerca, oppure costruire un'isola nella quale possano scegliere di restare e dove altri giovani, da tutto il mondo, decidano di venire”.Quindi l’ET come strumento contro la fuga dei cervelli?“Anche. L’Einstein Telescope non significa solo costruire un laboratorio sotterraneo. Significa creare un ambiente nel quale il talento possa restare, tornare e arrivare. La Sardegna potrebbe diventare un punto di arrivo e non essere più solo un luogo dal quale si parte”.Resta l'accusa di "colonizzazione scientifica": ha un fondamento?“Il contrario del colonialismo non è chiudersi al mondo. È essere protagonisti del mondo. Il punto è fare della Sardegna non una periferia che subisce le decisioni degli altri, ma uno dei luoghi nei quali si produce nuova conoscenza. Un posto dove ricercatori sardi lavorino fianco a fianco con colleghi provenienti da tutta Europa e dal resto del mondo. È così che nasce l'innovazione ed è così che cresce un territorio”.Lei ha partecipato alla realizzazione della prima immagine di un buco nero. C'è un legame tra quell'esperienza e quello che potrebbe diventare l’Einstein Telescope?“Molto forte. Quella prima immagine è stata ottenuta mettendo insieme telescopi distribuiti in tutto il Pianeta. Nessuno dei Paesi coinvolti ha perso qualcosa collaborando: tutti hanno contribuito a una scoperta che appartiene all'umanità. L'Italia ha dato un contributo importante e anch'io, come ricercatore sardo, ho avuto l'onore di farne parte. L’Einstein Telescope nasce dalla stessa idea”.Quale Sardegna immagina, allora, se l’ET verrà realizzato?“Una Sardegna capace di pretendere trasparenza e risultati concreti dal progetto, ma anche di coglierne le opportunità. Da sardo vorrei che la nostra isola fosse conosciuta per la qualità della sua ricerca, delle sue università e dei suoi giovani. Vorrei che i nostri figli potessero scegliere di costruire qui il proprio futuro senza essere costretti a partire. L’Einstein Telescope può contribuire a mettere la Sardegna al centro di una rete internazionale di conoscenza. Non ai margini, ma al centro”.
“Perché l’attentato contro l’Einstein Telescope fa male a tutta la Sardegna”
L’astrofisico Ciriaco Goddi e il progetto del nuovo telescopio gravitazionale europeo: “L’isola potrà diventare un luogo che attrae cervelli, da tutto il mondo…










