Il fiocco azzurro è ancora lì, appeso al portone di legno scuro, al numero 27 di Corso Vittorio Emanuele. È sbiadito e impolverato, scolorito e sfilacciato, ma resiste imperterrito, in Zona Rossa. È lì, fermo come un monito, retaggio del mondo di prima, testimone di ciò che è stato, a ricordare che proprio in quel luogo, in quella casa dove ora domina il vuoto, è nato Lorenzo, un attimo prima della grande botta. E che Lorenzo, nonostante abbia oggi dieci anni, certe cose non le sa, o forse gliele hanno raccontate, ma non le ha mai viste, mai vissute né respirate. È un ragazzino sereno, a scuola ha voti buoni e si diverte con gli amici, gioca a calcio sul campetto dell’oratorio che sta laggiù, e sogna, un domani, di segnare gol in Serie A. Ma non conosce la città in cui è nato, non ha mai passeggiato nel cuore di quel borgo pieno di storia, non ha respirato l’aria del passato, né sentito il profumo che presto la mattina s’alzava dalla bottega del fornaio. La sua generazione ha perso un pezzo di memoria, e insieme le radici che dovrebbero legarla allo spirito del luogo.
Camerino oggi è spettrale come lo era dieci anni fa. Le scosse di agosto e ottobre 2016 non hanno abbattuto i palazzi medievali, non hanno ridotto in macerie chiese e monumenti o fatto sparire l’Università, che dal Trecento è orgoglio e tratto distintivo di questo luogo, ma hanno compromesso tutta la struttura del centro storico che, oggi, è ancora aggrappato lassù in cima al suo colle: ogni edificio incatenato a se stesso, chiuso tra assi di legno e tiranti d’acciaio, tenuto in piedi come un burattino incapace di sorreggersi da solo, impacchettato ma vuoto dentro. Morto.








