«Arriviamo nel centro storico di Amatrice che sono passate due ore dalla scossa, ed è tutto buio, polvere, chiasso (...) Nell’abitato siamo sopraffatti dalle grida che arrivano da ogni direzione (...) Avevo pensato al peggio ma questo è di più (...) Ci sono due bambini sotto le rovine di una casa, gridano (...) Dove?, chiedo. Qua di fronte, ti ci porto (...) Sul cumulo di macerie c’è un ragazzo che chiama un nome e nella confusione percepisco appena una vocina che risponde (...) È l’inizio. Faccio squadra da solo. Prendo a scavare a mani nude con sapiente lentezza per evitare che il castello instabile delle macerie crolli e affossi per sempre la vocina (...) Chiamo.

«Niente. Ancora, ma niente. Insisto. Sono qui. La vocina è flebile ma c’è. Stai bene? Sì. È la prima volta che la bambina sente la mia voce (...) Il lavoro da fare per tirarla fuori è enorme. Per liberarla ci sono da spostare tavole e pietre, soprattutto c’è da pregare che non arrivi una scossa forte che chiuda ogni speranza. Nessuna pausa, nemmeno per fare i bisogni. Continuo a ingoiare polvere e paura mentre scavo per arrivare a lei. Ogni tanto proviamo a rassicurarci a vicenda: davvero stai bene? Sì. Basta questo per mantenere concreto il contatto emotivo (...) È l’adrenalina che comanda i muscoli, non io. Mi arresto (...) Inizialmente non sono certo di ciò che vedo perché la polvere sconvolge i contorni delle cose (...) ma la coda di cavallo bionda non si lascia mascherare. (...)