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La trasformazione digitale delle imprese sta facendo emergere un paradosso destinato a diventare sempre più evidente. Per proteggere reti, dati e continuità operativa, le organizzazioni devono osservare ciò che accade nei propri sistemi: registrare accessi, raccogliere log, correlare eventi, individuare anomalie e ricostruire incidenti. Ma più questa capacità di osservazione diventa potente, più aumenta il rischio che l'infrastruttura progettata per difendere l'impresa possa trasformarsi, anche involontariamente, in un'infrastruttura di controllo delle persone.

La questione, dunque, non può essere ridotta alla consueta contrapposizione tra sicurezza e privacy. La sicurezza informatica tutela interessi essenziali: il patrimonio informativo, la continuità dei servizi, la riservatezza delle comunicazioni e gli stessi dati personali dei lavoratori e dei clienti. Non è un interesse esterno ai diritti fondamentali. Ne costituisce, sempre più spesso, una condizione di effettività.

Il problema nasce quando la sicurezza diventa una finalità sufficientemente ampia da giustificare qualsiasi raccolta, conservazione o utilizzo successivo dei dati. Nel mondo digitale, infatti, la possibilità tecnica tende facilmente a trasformarsi in possibilità organizzativa e, infine, in prassi ordinaria. Ciò che inizialmente viene raccolto per individuare un attacco può essere successivamente utilizzato per ricostruire tempi, relazioni, comportamenti e modalità di lavoro.