VENEZIA - Sarà la leghista Manuela Lanzarin, presidente della commissione Sanità, la relatrice del progetto di legge regionale di iniziativa popolare sul fine vita in Veneto. La discussione inizierà il 7 settembre in aula e vedrà sul tavolo i 28 emendamenti del centrosinistra, con cui l'intergruppo guidato dal dem Giovanni Manildo conta di superare i dubbi di costituzionalità che gravavano sul testo depositato dal comitato "Liberi subito". Su queste basi voterà a favore anche Anna Maria Bigon, la consigliera del Partito Democratico che nel 2024 si era astenuta, diventando un caso politico nazionale per l'affossamento dell'iniziativa legislativa. L'ha assicurato la stessa veronese, affiancata dai colleghi, ieri a Palazzo Ferro Fini, dove il Pd ha presentato la propria proposta per il potenziamento delle cure palliative.
Il tema dell'accesso omogeneo alla terapia del dolore è considerato cruciale dalla forza di centrosinistra, ma anche dal centrodestra, motivo per cui è stato lanciato un appello alla condivisione trasversale. «La dignità è un diritto in ogni momento della vita: l'obiettivo è garantire il 90% del fabbisogno entro il 2028», ha evidenziato Manildo. Ha aggiunto Bigon: «Le cure palliative non servono solo a chi sta morendo, ma anche a chi convive con una malattia inguaribile. La legge in vigore dal 2009 va sostituita integralmente senza ipocrisie, perché quelle disposizioni non rispondono più ai bisogni delle persone e nel frattempo è cambiato pure il quadro normativo nazionale. Quando una legge invecchia in materia di salute, la conseguenza si chiama disuguaglianza. In questo settore il Veneto ha una buona tradizione, ma vive una drammatica sperequazione. Basti pensare agli hospice». Nel 2025 sono stati programmati 424 posti, all'interno di una "forbice" ministeriale che fissa lo standard minimo in 389 e quello massimo in 486. «Ma in realtà ha specificato la prima firmataria del testo ne sono attivi solo 236, per cui manca quasi un terzo della dotazione. I malati non oncologici sono invisibili, mentre vanno considerate tutte le patologie croniche ed evolutive a prognosi infausta. Inoltre nelle case di riposo circa il 20% delle persone, secondo un'indagine effettuata, muore senza poter accedere alle cure palliative necessarie e spesso affrontando il dolore senza un adeguato accompagnamento».








