Il sangue scorre tra Mosca e Kyiv
Filippo Rigonat
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Il sangue scorre tra Mosca e Kyiv. Questa è la triste verità che non possiamo ignorare, anche se sempre più spesso è trascurata nel racconto di una guerra ormai dipinta come uno stanco capriccio attorno a un giochino. Quel giochino si chiama Ucraina libera, sono i suoi territori, ma soprattutto il suo popolo. Sono quelle donne e quegli uomini a morire, mentre qui in Italia qualcuno (nome e cognome: Giuseppe Conte) sostiene che qualsiasi aiuto militare all’Ucraina vada bloccato immediatamente. I rivoli sulla bandiera della resistenza ucraina non accennano a diminuire, anzi. Secondo i dati delle Nazioni Unite, quest’anno il numero di vittime civili in Ucraina è aumentato vertiginosamente, a causa dell’intensificarsi dell’uso da parte della Russia di missili a lungo raggio difficili da intercettare.
Non c’è pace neanche sul fronte russo, ormai perennemente assediato dalle rappresaglie ucraine su impianti energetici e magazzini al dettaglio. Nota bene per Bonelli, Conte e Travaglio: le pressioni ucraine si concentrano sulla filiera di rifornimento logistica, quelle russe mirano sempre più spesso a obiettivi civili. Così, per puntualizzare. Ricordare tutto questo non equivale ad essere “falchi della guerra”, come ormai da più di quattro anni siamo abituati a sentirci chiamare. Se non ci fossero migliaia di truppe russe nei territori internazionalmente riconosciuti come Ucraina, non esisterebbero né falchi né guerrafondai. Anzi, saremmo i primi a dichiarare l’emergenza umanitaria in Russia e ad aiutarla, vista la drammatica situazione interna con le banche al collasso, il crollo della natalità e 1,5 milioni di perdite (tra morti, feriti e dispersi) stimate dal 2022.






